Un'accelerazione verso il partito democratico: "Aspettare fino alle europee del 2009? Ma siamo matti! È una questione di mesi e non di anni, che altro deve succedere? Quando ci presentiamo insieme gli elettori ci apprezzano. Farei fatica a sentirmi di nuovo un uomo di partito". Un'indicazione per la riforma elettorale: "Di tutte le leggi elettorali fatte nel nostro paese, l'unica che ha funzionato è quella dei sindaci".
Ecco, il suggerimento di Veltroni: "Le città , prima, erano i luoghi dell'instabilità e della corruzione, malgovernate, cariche di debiti. Questa legge elettorale ha saputo garantire stabilità , equilibrio dei poteri. Può essere il modello, se correlata a una serie di normative antitrust".
Una sorta di premier-sindaco d'Italia, insomma. "Nella seconda parte della legislatura - perché prima vanno affrontati e risolti i problemi economici e di modernizzazione del paese - bisognerebbe aprire un tavolo con l'opposizione per una riforma elettorale che vada in questa direzione. È un meccanismo che dà stabilità . Non bisogna avere timori: la democrazia ha bisogna di velocità , di essere trasparente e veloce".
A casa sua, appena dimesso dall'ospedale, Veltroni fa un'analisi puntigliosa dei dati con i cronisti: 120 mila voti in più rispetto al 2001 e "personalizzati", ovvero con un effetto di trascinamento del sindaco rispetto alla coalizione, tanto che il centrosinistra "è cresciuto rispetto alle politiche di aprile di 7,5 punti". Racconta del successo "costruito in 1.500 giorni di lavoro invisibile e minuto", dell'autopercezione di Roma "che si sente orgogliosa", della scommessa di "togliere l'odio e essere comunità ", della "poca tv" che è stato il suo faro di amministratore. "A parte gli ultimi mesi con qualche apparizione televisiva, credo che la politica debba stare un po' al riparo perché la tv mangia, divora".
Batte e ribatte sul partito democratico, "dove non ci saranno i miei e i tuoi", quelli dei Ds e quelli della Margherita, non può essere "una specie di insegna su due case, allora buonanotte!". E invece è l'ora del "partito del riformismo popolare", lo chiama così. Non una semplice sommatoria di consorterie, di burocrazie partitiche, degli stati maggiori della Quercia e di Dl. Mentre il "nuovo", il partito democratico è "alle porte: ci abbiamo messo dieci anni per capire che questa era la prospettiva dopo la caduta del Muro di Berlino".
Ricorre a una formula quasi letteraria: "Il cittadino moderno ha bisogno di campi larghi". Quindi nessuno si dovrò sentire straniero nel partito del riformismo popolare, a nessuno chiedere "da quale partito vieni". Dovrà avere un "forte profilo programmatico e ideale, essere crocevia delle culture più vive che attraversano questa parte del campo", del centrosinistra.
Sulla leadership del futuro partito - se lo guiderà Prodi, Fassino o Rutelli o appunto Veltroni, o magari Chiamparino - glissa. "Non si arriva da nessuna parte partendo da qui, va rovesciata la piramide", innanzitutto si lavoro sul progetto politico e poi "la leadership verrà ". E Veltroni quale ruolo ritaglia per sé? "Dare una mano al cantiere per il partito democratico. É il sogno della mia vita politica vederlo realizzato, ora lo vedo all'orizzonte. Però l'espressione giusta è "dare una mano". Già mi aspettano cinque anni intensissimi da sindaco".
Gli hanno appena telefonato per congratularsi Gabriele Albertini, l'ex sindaco del Polo a Milano, e Gianni Letta il sottosegretario di Berlusconi. Lo chiama il cardinale Camillo Ruini. Il sindaco di Parigi, Delanoe. Lunga la conversazione con Rosa Russo Jervolino: "Eravamo tutti preoccupati per Rosetta, là il centrodestra aveva piazzato una mole di fuoco...".
La Casa delle libertà , osserva, "deve decidere quale strada imboccare, se non gli convenga una scelta diversa rispetto al muro contro muro". Ripete che se si vanno a vedere i risultati ottenuti dal suo sfidante, l'ex ministro di An Gianni Alemanno, leader della destra sociale, è andato peggio proprio nelle circoscrizioni dove ha più esasperato lo scontro. Ha finito per creare "un clima marziano" rispetto a quello che si respirava a Roma. "Serena, equilibrata, saggia: dove lo spirito popolare è una materia che resiste all'usura del tempo; i cittadini più saggi di certa politica", è la dedica del sindaco alla "sua" città .
Oggi la sua prima uscita (disobbedendo ai medici) per scoprire una targa in memoria di Luciano Lama, poi alla festa dell'Ulivo a Campo dè Fiori. Quindi, al lavoro per la squadra di giunta: al 50 per cento di donne, a cominciare dalla vice sindaco.
L´INTERVISTA: Filippo Andreatta propone un´assemblea eletta dai sostenitori
BOLOGNA - Massimo D´Alema propone la primavera del 2007 per la nascita del Partito democratico. E Romano Prodi come leader. I "carbonari" esultano. Ma senza abbassare la guardia. «Con la formazione del governo, il numero dei ministri, lo spacchettamento delle deleghe - dice Filippo Andreatta, uno di quelli che da anni si batte per un nuovo soggetto politico - si è capito che otto partiti e le loro correnti non sono una formula adeguata per le sfide che il paese ha davanti. Il Partito Democratico è quindi una prospettiva di semplificazione per l´intero sistema politico. Lo chiede il popolo di centrosinistra e l´ha capito perfino la casta degli appartchik di partito, che anche solo un anno fa si schierava contro non solo il Partito Democratico, ma persino la lista unitaria».
Andreatta, docente di relazioni internazionali a Bologna, collaboratore del Mulino e della Rivista italiana di scienza politica, è uno dei cani sciolti del sito "governareper". Da lì è nato il Movimento per il Partito Democratico. Con Andreatta ci sono Gregorio Gitti, Franco Mosconi, Salvatore Vassallo, Massimo Bergami. La rete ha gente come Amato, Salvati, Lerner. I "carbonari" si sono riuniti sabato scorso sui colli bolognesi per decidere il futuro: proprio mentre alla Faz D´Alema indicava nel 2007 la data di nascita del Partito Democratico.
Andreatta, che cosa avete in mente?
«Un´assemblea costituente di delegati eletti direttamente da sostenitori disposti a sottoscrivere una Carta dei Valori e a pagare una quota d´iscrizione e che votino col criterio "una testa un voto". Non mi piacciono le spartizioni di quote di rappresentanza tra i gruppi del passato».
Però sono stati fatti passi importanti. In Parlamento ci sono i gruppi unici Ds-Margherita.
«Innegabile, ma non è sufficiente. Costruire un nuovo partito è come andare in bicicletta, se ci si ferma si cade. Se non si fanno passi decisivi, come quello dell´Assemblea, tornano inesorabilmente alla luce le vecchie identità . Avrei fatto volentieri a meno dei gruppi unici se Prodi avesse potuto nominare liberamente i ministri migliori, senza quote, veti incrociati e suddivisioni correntizie».
Quali sono i tempi per l´assemblea costituente che proponete?
«Il nuovo soggetto dovrà presentarsi alle europee e se la costituente dovrà avere un tempo congruo per lavorare, si dovrebbero indire le elezioni per i delegati entro la fine del 2007».
Cosa dovrebbe discutere così a lungo l´Assemblea?
«Si dovrebbe finalmente parlare di contenuti, e non solo di contenitori. Ora ci si limita a parlare genericamente di riformismo, ma su molte questioni non è chiaro cosa significhi. Due esempi: la relazione tra etica individuale ed etica collettiva su temi come la vita e la scienza ed il confine tra Stato e mercato. Non basta più il semplice compromesso tra solidarismo cattolico e socialismo».
Ma i partiti acconsentiranno a questa "diminutio"?
«Ma se sono proprio i partiti ad aver scelto la strada del Partito Democratico! E evidente che ad un certo punto il nuovo soggetto comincerà a svolgere le funzioni che oggi sono dei partiti che vi confluiranno. In ogni caso l´Assemblea sarà un momento di grande democrazia e partecipazione e i partiti di oggi, com´è giusto, saranno ampiamente rappresentati».
I partiti attuali sono infatti eredi del modello di partito di massa nato con le lotte ideologiche del XX secolo.
Così diventa preda delle oligarchie
Un partito organizzato come una chiesa, o un esercito, di iscritti che in congresso sceglievano i sacerdoti-generali che li rappresentassero. Questo modello ha potuto contare per quasi tutta la prima fase della Repubblica su un'ampia legittimazione, dovuta alla partecipazione di milioni di iscritti e a un ruolo fondamentale nel consolidamento della democrazia in Italia, ed ha avuto la sua massima espressione nella Dc e nel Pci. Ed è in base a questo glorioso passato che i partiti attuali, e in particolar modo i Ds, rivendicano oggi, con giusto e legittimo orgoglio, un ruolo fondamentale nell'affermazione della democrazia del nostro Paese.
Eppure questo modello è da tempo in crisi. Cala il livello di partecipazione, le correnti non sono più strumenti di un dibattito plurale ma assomigliano a quote di un consiglio di amministrazione, i congressi sembrano sempre più accordi tra pochi capicorrente e sempre meno libere elezioni tra la base. E il numero degli iscritti scende dai milioni che erano a centinaia, se non decine, di migliaia.
Da qui nasce la preoccupazione di Salvati: partiti arroccati su un modello in crisi non possono che prefigurare un partito blindato, nel quale ogni carica, ogni poltrona, ogni strapuntino è spartito secondo un qualche parametro tra le oligarchie delle due componenti. È fondamentale sottolineare che questa tendenza non deriva affatto dalle personalità dei leader degli attuali partiti, che anzi stanno dimostrando una lungimiranza davvero encomiabile. La tendenza è piuttosto il frutto di una logica sistemica e costringe anche gli attori più illuminati a un gioco perverso in cui la «garanzia» della propria componente è un prerequisito per poter procedere verso il progetto unitario.
Ma un partito del XXI secolo non può nascere secondo queste premesse. Il Partito democratico o sarà un partito aperto o non sarà . E il principale strumento tramite il quale il Partito democratico potrà essere aperto è quello delle primarie, che hanno già dimostrato la voglia di partecipazione e la maturità del demos di centrosinistra. Bisogna quindi superare il modello novecentesco abbattendo le barriere tra gli elettori e i tesserati, casta che si giustificava solo con la teologia ideologica dei partiti di massa, e coinvolgendo i primi nelle decisioni sulla selezione dei candidati alle cariche di governo a tutti i livelli, dai sindaci dei paesi più piccoli fino al presidente del Consiglio. E anche il processo costituente del nuovo soggetto non potrà che essere aperto direttamente a tutti i sostenitori, al fine di coinvolgere, oltre all'attuale ceto politico, le energie all'interno dei partiti che sono sinora rimaste imbrigliate dalle necessità della diplomazia bilaterale tra le leadership e quelle energie che non si riconoscono nei partiti attuali perché si riconoscono già nel Partito democratico. Se il nuovo partito non potrà infatti fare a meno di una corrente-Ds e di una corrente- Margherita, altrettanto non potrà fare a meno della corrente democratica del partito democratico, che ha già dato prova in varie occasioni di essere vitale.
Se i timori identitari dei Ds e le paure di egemonia della Margherita imporranno invece un accordo blindato, nel quale vengono rinominate le scatole, le sedi e i gruppi senza affrontare i nodi dei contenuti programmatici e della selezione dei dirigenti e dei candidati, allora vorrà dire che quello del Partito democratico è stato solo un disperato tentativo di conservare con un marchio nuovo un modo di fare politica obsoleto. A quel punto però il pericolo non sarebbe solo per uno o più specifici partiti, ma quello della forma partito in generale, così fondamentale per il processo democratico. La delusione, infatti, dopo tante promesse e speranze, allontanerebbe molti cittadini dalla politica tout court, e questo sarebbe davvero un peccato.
