Archive for luglio, 2006
ESATTAMENTE tre anni fa , il 18 luglio del 2003, Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea, lanciava alle forze del centrosinistra la proposta di presentarsi con una lista unitaria alle elezioni europee previste per l´anno successivo. Una proposta coraggiosa e innovativa che venne accettata e che da allora, è stata messa alla prova per quattro volte: alle europee del 2004, alle regionali del 2005, alle politiche dello scorso aprile e poi il 28 maggio nelle principali città andate al voto. Il Partito Democratico non c´era ancora, ma sulla scheda c´era – è uno dei paradossi della nostra vita politica – il suo simbolo. Che ha avuto, dovunque, successo. Alla luce di questi risultati appaiono sempre meno comprensibili le esitazioni, le resistenze, le polemiche che oggi si frappongono alla ipotesi della formazione di un nuovo soggetto politico unitario, che possa essere espressione e sintesi delle forze riformiste, laiche e cattoliche, presenti nel nostro paese.
Ma chi vuole davvero il Partito Democratico? Lo vogliono certamente coloro che finora ripetutamente, ostinatamente lo hanno votato quando hanno trovato quel simbolo unitario sulla scheda, lo vogliono certamente coloro (ed erano milioni) che hanno partecipato con entusiasmo alle primarie dello scorso autunno, lo vogliono certamente i tanti e disordinati comitati che un po´ dovunque vanno sorgendo per sollecitarne la costituzione (aprite Internet, se ne avete voglia e ne troverete a decine), lo vogliono sia pure confusamente tutti coloro, soprattutto giovani, che si sentono esclusi oggi dalla vita politica asfittica dei partiti esistenti e che pensano al nuovo partito come ad uno strumento di possibile partecipazione.
Ma questo non basta, naturalmente. Perché quelli che dovrebbero essere i protagonisti dell´operazione, i gruppi dirigenti dei due maggiori partiti del centrosinistra, sembrano, nonostante le ripetute dichiarazioni di disponibilità , tutt´altro che pronti a stringere il patto che dovrebbe legarli per la vita.
Lo ha riconosciuto senza imbarazzo, sia pure, immagino, con qualche sofferenza, Walter Veltroni quando giovedì sera, parlando alla Festa dell´Unità di Roma, diceva: «Per fare il Partito Democratico si deve avere la voglia di farlo. Non ci si può sposare se uno dei due contraenti non lo vuole».
Ma chi segue questo dibattito mettendo insieme articoli, saggi, discorsi, interventi dichiarazioni nel Transatlantico, può ricavarne la legittima e amara impressione che in realtà nessuno dei due contraenti (o meglio nessuno dei due contraenti principali, Ds e Margherita, perché ad altre forze il costituendo Partito Democratico dovrebbe aprirsi) abbia davvero voglia di stipulare il matrimonio. Accade così che si avanzino, da una parte o dall´altra, sempre nuove richieste o pretese, inevitabilmente viste con sospetto o respinte dall´altra parte. Il matrimonio insomma, per far nostra l´immagine proposta da Walter Veltroni, viene continuamente rinviato come spesso accade anche nella vita normale quando uno dei contraenti, o la sua famiglia, nutrono riserve o sospetti per l´altro contraente e la rispettiva famiglia. Ma i fidanzamenti troppo lunghi (e questo dura ormai da quasi dodici anni) generalmente non portano a un matrimonio ma ad una restituzione degli anelli.
La situazione è paradossale. Guardiamo a quanto sta accadendo negli ultimi giorni. Tra il Botteghino e il Nazareno divampa una dura polemica su quale debba essere la casa comune del Partito Democratico a livello europeo. Il problema esiste da quando nel 2003 Romano Prodi aveva proposta la lista comune (e anche noi lo avevamo all´epoca sottolineato). Ma nessuno allora sembrava averlo presente, e nessuno sembrò preoccuparsene nemmeno quando, dopo le elezioni europee i due gruppi, quello dei Ds e quello della Margherita approdarono a due case diverse. Oggi viene riproposto con energia da Fassino, mentre la Bindi replica che non intende «morire socialista», Rutelli chiede un vertice con Prodi per dirimere la questione e il presidente del Senato ammonisce «se il processo unitario si fermasse a metà del guado, si correrebbe il rischio di annegare».
Ma mentre le dichiarazioni dall´una e dall´altra parte sembrano rendere verosimile o possibile una rottura, nelle stesse giornate al Senato si raggiunge, su uno dei temi più delicati sul tappeto, la ricerca sulle cellule staminali, un accordo di straordinaria importanza firmato insieme da esponenti del mondo laico come Vittoria Franco e Andrea Ranieri dei Ds, una esponente autorevole del mondo cattolico come Paola Binetti, eletta nelle liste della Margherita, e Ignazio Marino interlocutore del cardinal Martini sui temi della bioetica. La mozione esito di questo accordo, che il ministro Mussi illustrerà a Strasburgo, è stata valutata con un «compromesso positivo» anche dalla esponente radicale Emma Bonino, ministro delle politiche comunitarie.
Io leggo qui, nell´accordo su questa mozione, un passo avanti importante sulla strada della formazione del Partito Democratico e del suo programma. Un successo reso possibile dalla formazione, al Senato come alla Camera di gruppi parlamentari che non si richiamano, come avvenuto nel passato, ai rispettivi partiti di appartenenza ma all´Ulivo. Forse è possibile immaginare che siano proprio i gruppi parlamentari dell´Ulivo a disegnare, con pazienza e rispetto delle varie posizioni, il profilo di quel Partito Democratico che ancora non c´è ma di cui la maggioranza del paese sente l´esigenza, e di cui ha massimo bisogno il governo Prodi per superare divisioni e gli assalti dei corposi e aggressivi interessi corporativi.
Sempre che non prevalgano su queste spinte unitarie coloro che nelle varie segreterie dei partiti si affannano a proporre distinguo e mettere paletti, ignorando la spinta unitaria che viene dall´elettorato e rischiando alla fine, per dirla ancora con le parole del presidente del Senato, di rimanere affogati a metà del guado.
Ma chi vuole davvero il Partito Democratico? Lo vogliono certamente coloro che finora ripetutamente, ostinatamente lo hanno votato quando hanno trovato quel simbolo unitario sulla scheda, lo vogliono certamente coloro (ed erano milioni) che hanno partecipato con entusiasmo alle primarie dello scorso autunno, lo vogliono certamente i tanti e disordinati comitati che un po´ dovunque vanno sorgendo per sollecitarne la costituzione (aprite Internet, se ne avete voglia e ne troverete a decine), lo vogliono sia pure confusamente tutti coloro, soprattutto giovani, che si sentono esclusi oggi dalla vita politica asfittica dei partiti esistenti e che pensano al nuovo partito come ad uno strumento di possibile partecipazione.
Ma questo non basta, naturalmente. Perché quelli che dovrebbero essere i protagonisti dell´operazione, i gruppi dirigenti dei due maggiori partiti del centrosinistra, sembrano, nonostante le ripetute dichiarazioni di disponibilità , tutt´altro che pronti a stringere il patto che dovrebbe legarli per la vita.
Lo ha riconosciuto senza imbarazzo, sia pure, immagino, con qualche sofferenza, Walter Veltroni quando giovedì sera, parlando alla Festa dell´Unità di Roma, diceva: «Per fare il Partito Democratico si deve avere la voglia di farlo. Non ci si può sposare se uno dei due contraenti non lo vuole».
Ma chi segue questo dibattito mettendo insieme articoli, saggi, discorsi, interventi dichiarazioni nel Transatlantico, può ricavarne la legittima e amara impressione che in realtà nessuno dei due contraenti (o meglio nessuno dei due contraenti principali, Ds e Margherita, perché ad altre forze il costituendo Partito Democratico dovrebbe aprirsi) abbia davvero voglia di stipulare il matrimonio. Accade così che si avanzino, da una parte o dall´altra, sempre nuove richieste o pretese, inevitabilmente viste con sospetto o respinte dall´altra parte. Il matrimonio insomma, per far nostra l´immagine proposta da Walter Veltroni, viene continuamente rinviato come spesso accade anche nella vita normale quando uno dei contraenti, o la sua famiglia, nutrono riserve o sospetti per l´altro contraente e la rispettiva famiglia. Ma i fidanzamenti troppo lunghi (e questo dura ormai da quasi dodici anni) generalmente non portano a un matrimonio ma ad una restituzione degli anelli.
La situazione è paradossale. Guardiamo a quanto sta accadendo negli ultimi giorni. Tra il Botteghino e il Nazareno divampa una dura polemica su quale debba essere la casa comune del Partito Democratico a livello europeo. Il problema esiste da quando nel 2003 Romano Prodi aveva proposta la lista comune (e anche noi lo avevamo all´epoca sottolineato). Ma nessuno allora sembrava averlo presente, e nessuno sembrò preoccuparsene nemmeno quando, dopo le elezioni europee i due gruppi, quello dei Ds e quello della Margherita approdarono a due case diverse. Oggi viene riproposto con energia da Fassino, mentre la Bindi replica che non intende «morire socialista», Rutelli chiede un vertice con Prodi per dirimere la questione e il presidente del Senato ammonisce «se il processo unitario si fermasse a metà del guado, si correrebbe il rischio di annegare».
Ma mentre le dichiarazioni dall´una e dall´altra parte sembrano rendere verosimile o possibile una rottura, nelle stesse giornate al Senato si raggiunge, su uno dei temi più delicati sul tappeto, la ricerca sulle cellule staminali, un accordo di straordinaria importanza firmato insieme da esponenti del mondo laico come Vittoria Franco e Andrea Ranieri dei Ds, una esponente autorevole del mondo cattolico come Paola Binetti, eletta nelle liste della Margherita, e Ignazio Marino interlocutore del cardinal Martini sui temi della bioetica. La mozione esito di questo accordo, che il ministro Mussi illustrerà a Strasburgo, è stata valutata con un «compromesso positivo» anche dalla esponente radicale Emma Bonino, ministro delle politiche comunitarie.
Io leggo qui, nell´accordo su questa mozione, un passo avanti importante sulla strada della formazione del Partito Democratico e del suo programma. Un successo reso possibile dalla formazione, al Senato come alla Camera di gruppi parlamentari che non si richiamano, come avvenuto nel passato, ai rispettivi partiti di appartenenza ma all´Ulivo. Forse è possibile immaginare che siano proprio i gruppi parlamentari dell´Ulivo a disegnare, con pazienza e rispetto delle varie posizioni, il profilo di quel Partito Democratico che ancora non c´è ma di cui la maggioranza del paese sente l´esigenza, e di cui ha massimo bisogno il governo Prodi per superare divisioni e gli assalti dei corposi e aggressivi interessi corporativi.
Sempre che non prevalgano su queste spinte unitarie coloro che nelle varie segreterie dei partiti si affannano a proporre distinguo e mettere paletti, ignorando la spinta unitaria che viene dall´elettorato e rischiando alla fine, per dirla ancora con le parole del presidente del Senato, di rimanere affogati a metà del guado.
Mercoledì in aula c’è stata offerta una grande opportunità : verifi- care sul campo se è possibile sperare che nel Partito democratico possano non tanto coesistere diverse sensibilità , quanto nascere forme di sintesi più alte, con uno spiccato carattere innovativo. Tutta l’Unione ha saputo trovare un punto di convergenza su di un tema delicatissimo come quello della ricerca e del suo rapporto con i grandi problemi etici su cui si interroga l’uomo di oggi. Lo scienziato e il politico, l’uomo più attento ai valori scienti- fici e quello più consapevole delle problematiche di ordine economico-organizzativo. Ma soprattutto l’uomo tout court, quello che giorno per giorno accoglie le sfide che gli pone la sua vita personale, familiare e professionale e cerca di partecipare al dibattito culturale con le sue ansie e le sue speranze, con le sue attese e le sue delusioni. All’uomo comune non sfuggono né le grandi prospettive della scienza né le sue possibili derive e si chiede come si possano conciliare le une e le altre, come possano dialogare da un lato il principio di precauzione e il senso di solidarietà verso i più fragili, – in questo caso gli embrioni criocongelati – e dall’altro i forti principi etici con la libertà della scienza, che continuamente ci interpella e ci sfida. Credo che questo orizzonte descriva bene il paradigma della complessità , in cui ci muoviamo volendo essere contestualmente ancorati alle nostre tradizioni aperti alla innovazione. Il settimo Programma quadro comunitario sulla ricerca e lo sviluppo tecnologico rappresenta uno strumento indispensabile per la realizzazione di molteplici programmi di ricerca scientifica che sono al centro delle attese di tutti i ricercatori italiani. Senza risorse è impossibile oggi realizzare progetti che rispondano alle sfide della nostra società , che fonda una parte significativa, anche se non esclusiva, del suo progresso sugli sviluppi tecnico-scientifici. Non è semplice decidere come sviluppare fronti avanzati di ricerca, in un momento in cui le risorse rese disponibili sono sempre troppo poche per soddisfare i nuovi bisogni di salute della popolazione e gli interessi scientifici dei ricercatori. La mozione che l’Unione ha presentato intende rispondere a questa triplicità di obiettivi: il pieno rispetto della vita umana, fin dal suo concepimento, rifiutando ogni iniziativa sia pure scientifica volta alla distruzione degli embrioni; le possibilità di tradurre in programmi concreti di cura i risultati delle ricerche, attraverso il potenziamento della ricerca sulle cellule staminali adulte e cordonali; la possibilità di spingerci il più avanti possibile negli interrogativi a cui la scienza può e deve rispondere, cominciando dalla espressione impiantabilità . Il problema infatti è capire fino a quando gli embrioni possono essere considerati impiantabili e quindi fino a quando il congelamento risponde a criteri di rispetto per una vita umana, che continuiamo a considerare intangibile e non disponibile. La grande differenza tra i due schieramenti che mercoledì si sono confrontati in aula sul settimo Programma quadro non sta infatti nell’amore per la vita e nel rispetto per la scienza – entrambi amiamo la vita e difendiamo la scienza – ma sta nella valutazione del destino di questi embrioni congelati. La legge 40 mentre proibisce con chiarezza la produzione di nuovi embrioni e definendo la piena dignità dell’embrione lo rende indisponibile alla ricerca, nulla dice su come trattare gli embrioni già congelati. Il rispetto per la loro dignità è ovvio tanto quanto il loro diritto a vivere, sia pure in questo strano mondo congelato. La domanda a cui è impossibile sottrarsi però diventa fino a quando un embrione è impiantabile e quindi può sviluppare pienamente la sua vita umana, appena cominciata nel momento del suo concepimento. La risposta che l’Unione ha dato a questo quesito è stata semplice e chiara e non può in nessun modo essere intesa come una liberalizzazione incontrollata della sperimentazione sugli embrioni criocongelati. Tutt’altro, è piuttosto un invito a non sfuggire ai quesiti difficili sapendo che etica e scienza possono trovare un punto di incontro, non sempre facile e immediato, ma sempre possibile se ci si interroga con retta ragione. Questa è la sfida della laicità , oggi. Non sfuggire alle domande, anche quando non possediamo le risposte; non sfuggire al dialogo, anche quando gli altri sembrano attestarsi su posizioni molto lontane dalle nostre. Sapere andare oltre generiche affermazioni di principio, proprio per difendere con forza i principi in cui crediamo. «Tutte le attività di ricerca – recita l’articolo 6 del settimo Programma – sono realizzate nel rispetto dei principi etici fondamentali ». Ma oggi dobbiamo cercare di definire meglio quali siano i principi etici fondamentali, irrinunciabili nella nostra società pluralistica. Una domanda che chiede risposte da tutti gli interlocutori, ma chiede prima di tutto lo sforzo di una riflessione condivisa. Ciò che può mettere seriamente in pericolo questo dialogo è il silenzio ed è per questo che la voce chiara e forte di chi fa suoi i diritti dei più fragili costituisce sempre il contributo più importante al dialogo, perché dà voce a chi non ne ha, offre i suoi argomenti a chi non ne possiede. La difesa piena dell’embrione è una garanzia per tutti noi a tal punto che quando pensiamo alle ricerche volte a verificare la sua impiantabilità , non pensiamo a ricerche sugli embrioni umani, ma a ricerche che abbiano nel passaggio sulla sperimentazione animale l’indispensabile momento delle verifica dei criteri sia sotto il piano metodologico che sotto quello della analisi dei risultati ottenuti. Ho detto con chiarezza in aula: una ricerca per gli embrioni e non una ricerca sugli embrioni. Io, personalmente, non voglio che neanche un embrione venga toccato, neppure a fini di ricerca, e mi batterò per questo. È facile capire come su questa corretta interpretazione del dispositivo della risoluzione accolta da Mussi si giochino i delicati equilibri che sul piano etico aprono nuove strade alla ricerca, ma non ne precludono alcuna alla intrinseca eticità delle scelte fatte. Mi rendo conto che questo modo di ragionare ci obbliga a segnare il passo davanti a strade che potrebbero sembrare percorribili con più scioltezza e forse con risultati più rapidi. Ma è su questo sforzo di modulare i ritmi, adattando ognuno di noi il proprio passo alle esigenze dell’altro e lasciando che tutti i nostri passi si muovano con piena adesione a quel principio di precauzione, che non metterebbe mai mano ad una vita umana per strumentalizzarla, che si gioca oggi la condivisione della risoluzione approvata in aula e domani la possibilità concreta di avere un partito autenticamente democratico: nel metodo e nei contenuti. Democrazia è rispetto reciproco di valori che si declinano in un quadro condiviso di principi e di decisioni. La lealtà reciproca diventa condizione essenziale per i passi successivi. E questo può e deve diventare lo stile di un Partito democratico coraggioso nelle domande che si pone, rispettoso delle credenze che sono in gioco, fermo nella attuazione delle decisioni prese. Democrazia è libertà , recita la Margherita: libertà di espressione e libertà di condivisione. Ma libertà è anche responsabilità e accanto alla libertà della scienza si colloca la responsabilità della vita. Abbiamo inteso coltivare entrambe, senza equivoci e senza manipolazioni di idee e di principi. Possiamo riuscire a fare dell’Italia e del suo contributo al parlamento europeo una vera e propria opportunità in cui diverse sensibilità si incontrano e non si scontrano, per noi la legge 40 resta un punto di non ritorno, come è stato ripetutamente detto da tutti i leader della maggioranza. Lo è in quanto legge dello stato, anche lei a modo suo non disponibile per interpretazioni che ne sconvolgano il significato e la legge 40, come è noto a tutti è sì la legge sulla procreazione medicalmente assistita, ma è fin dal suo primo articolo legge di difesa dell’embrione e dei suoi diritti. Su questa stessa convinzione il ministro Mussi si è impegnato a chiedere al parlamento europeo solo apparentemente un passo indietro: dall’emendamento Busquin all’emendamento di Angelika Niebler. È in realtà un passo avanti in difesa della vita e della democrazia, perché su questo giovedì lo ha impegnato il nostro parlamento. E lui ne ha onestamente preso atto e questa sarà la sua proposta per l’Europa, poco importa se qualche settimana fa si era espressamente diversamente. Questa è oggi la sua posizione, con un mandato parlamentare coraggioso, che non deve consentire fraintendimenti. E questa è una scelta politica che, proprio per la posta in gioco, prelude più di molte altre alla costruzione del futuro Partito democratico. Ma possiamo davvero dire che questa volta l’Ulivo ha messo la tutela della vita umana al centro del suo progetto, senza se e senza ma, senza distinguo e senza riserve. Questo è stato lo spirito di chi, come me, ha costruito pazientemente la risoluzione, non nasconde i possibili chiaroscuri interpretativi, ma vuole chiarire senza giri di parole la sua interpretazione, che esclude qualsiasi possibilità di distruzione degli embrioni. Anche questa è laicità : dare una interpretazione autentica di un documento e sperare nella possibilità di essere capiti.
Ho imparato che per un’azienda l’individuazione della sua mission non è mai né banale, né scontata. E’ però fondamentale. Imprescindibile per la messa a punto di una strategia e di un’organizzazione vincenti.
Anche i partiti, o le famiglie di partiti, devono normalmente il loro successo alla scelta di un obiettivo giusto, necessario (o percepito tale) in un dato momento storico. Così i partiti liberali hanno colto l’esigenza di un’affermazione dei diritti legati alla persona in quanto tale; i partiti socialisti l’esigenza di organizzare gli oppressi per il loro riscatto sociale; i partiti cattolici il temperamento delle istanze liberali e di quelle socialiste attraverso l’introduzione di principi di solidarietà sociale, e così via.
Ancora recentemente, nel nostro Paese, abbiamo assistito alla nascita e all’affermazione di due partiti, Lega Nord e Forza Italia, grazie alla chiarezza e all’esatta definizione dei loro obiettivi.
Per un partito, dunque, la necessità di una mission chiara e percepita dall’elettorato come necessaria è principio imprescindibile, collaudato dalla storia. Naturalmente se si vuole sfondare. Per tale motivo sono preoccupato per come si è avviato l’iter di costituzione del partito democratico. Poiché se, da un lato, come è stato giustamente riconosciuto, Ds e Margherita hanno la loro funzione appannata, dall’altro lato, la discussione per individuare il ruolo del nuovo partito non è stata neppure messa all’ordine del giorno.
Il rischio è che essendo i partiti interamente assorbiti da discussioni procedurali si arrivi alla costituzione del nuovo partito senza aver individuato con chiarezza la sua missione. E’ mai possibile questo? E’ mai possibile che la fusione di partiti politici eredi di grandi tradizioni ideali dia vita ad un soggetto a cui non venga attribuita nella società attuale una precisa funzione costitutiva? E poi. Non sta forse, proprio nella messa a punto di tale funzione, la sfida dialogica, il banco di prova sul quale selezionare la nuova dirigenza del costituendo partito? Oppure si pensa che quote rosa, pacs e primarie siano sufficienti per definire il ruolo che dovrà avere il nuovo partito? Spero di no.
Personalmente sono convinto che il nuovo partito dovrà avere una missione in grado di rivolgersi direttamente all’insieme degli italiani e non ai grupÂpi e sottogruppi nei quali è articolata la società .
La grande idea attorno alla quale raccogliere il consenso degli italiani non è più né i diritti degli individui, né la tutela della diversità , bensì quella del bene comune. Idea che nasce dal sentirsi accomunati dal medesimo destino e che si sviluppa nella proposta di un grande progetto nazionale al quale tutti sono chiamati a partecipare anche al costo di qualche sacrificio dell’interesse personale.
La maggioranza dei cittadini si rende conto che viviamo momenti difficili, in cui la prospettiva del declino si fa sempre più concreta e vicina e che l’inversione di rotta non può essere prodotta da una politica di facili promesse. La nascita di una forza politica che faccia del riscatto nazionale il suo obiettivo di fondo è matura.
L’invito che Lucio Caracciolo ha rivolto dalla propria rivista Limes agli italiani a «prendere l’Italia sul serio» deve essere tramutato in proposta politica.
E’ tempo di superare quell’elemento della nostra identità che Carlo Emilio Gadda indicava come la «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi». E che questo possa avvenire nei ranghi del centrosinistra non dovrebbe destare alcuna sensazione. Nonostante la sbornia sessantottina, i concetti di dovere, responsabilità e interesse nazionale hanno sempre fatto parte delle culture del movimento operaio e del cattolicesimo democratico. Vanno adesso riscoperti e adattati al momento politico attuale.
Del resto tale esigenza non si sta manifestando solamente in Italia. Nel partito democratico americano è attualmente in corso un dibattito tendente a superare le politiche identitarie e multiculturaliste e per un ritorno a un nazionalismo americano di sinistra. In un recente articolo sul New York Times (pubblicato anche da Le Monde) David Brooks ha raccontato come una gran numero di intellettuali stia sostenendo la necessità che il partito democratico si sbarazzi delle ultime vestigia della new left. Pensatori di sinistra come Michael Tomasky, John Holpin, Ruy Teixeira, dopo aver indagato la società americana, sono giunti alla “incredibile” conclusione che il messaggio a cui gli elettori (anche quelli democratici) reagiscono meglio è quello dei sacrifici di tutti per il bene comune. Dopo anni di individualismo a cui sia la destra e la sinistra si erano sottomessi, gli americani sarebbero oggi pronti a rispondere ad una chiamata che faccia appello al senso civico.
Pertanto, parafrasando J.F.Kennedy: «Cari concittadini italiani, non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il
vostro Paese».
Anche i partiti, o le famiglie di partiti, devono normalmente il loro successo alla scelta di un obiettivo giusto, necessario (o percepito tale) in un dato momento storico. Così i partiti liberali hanno colto l’esigenza di un’affermazione dei diritti legati alla persona in quanto tale; i partiti socialisti l’esigenza di organizzare gli oppressi per il loro riscatto sociale; i partiti cattolici il temperamento delle istanze liberali e di quelle socialiste attraverso l’introduzione di principi di solidarietà sociale, e così via.
Ancora recentemente, nel nostro Paese, abbiamo assistito alla nascita e all’affermazione di due partiti, Lega Nord e Forza Italia, grazie alla chiarezza e all’esatta definizione dei loro obiettivi.
Per un partito, dunque, la necessità di una mission chiara e percepita dall’elettorato come necessaria è principio imprescindibile, collaudato dalla storia. Naturalmente se si vuole sfondare. Per tale motivo sono preoccupato per come si è avviato l’iter di costituzione del partito democratico. Poiché se, da un lato, come è stato giustamente riconosciuto, Ds e Margherita hanno la loro funzione appannata, dall’altro lato, la discussione per individuare il ruolo del nuovo partito non è stata neppure messa all’ordine del giorno.
Il rischio è che essendo i partiti interamente assorbiti da discussioni procedurali si arrivi alla costituzione del nuovo partito senza aver individuato con chiarezza la sua missione. E’ mai possibile questo? E’ mai possibile che la fusione di partiti politici eredi di grandi tradizioni ideali dia vita ad un soggetto a cui non venga attribuita nella società attuale una precisa funzione costitutiva? E poi. Non sta forse, proprio nella messa a punto di tale funzione, la sfida dialogica, il banco di prova sul quale selezionare la nuova dirigenza del costituendo partito? Oppure si pensa che quote rosa, pacs e primarie siano sufficienti per definire il ruolo che dovrà avere il nuovo partito? Spero di no.
Personalmente sono convinto che il nuovo partito dovrà avere una missione in grado di rivolgersi direttamente all’insieme degli italiani e non ai grupÂpi e sottogruppi nei quali è articolata la società .
La grande idea attorno alla quale raccogliere il consenso degli italiani non è più né i diritti degli individui, né la tutela della diversità , bensì quella del bene comune. Idea che nasce dal sentirsi accomunati dal medesimo destino e che si sviluppa nella proposta di un grande progetto nazionale al quale tutti sono chiamati a partecipare anche al costo di qualche sacrificio dell’interesse personale.
La maggioranza dei cittadini si rende conto che viviamo momenti difficili, in cui la prospettiva del declino si fa sempre più concreta e vicina e che l’inversione di rotta non può essere prodotta da una politica di facili promesse. La nascita di una forza politica che faccia del riscatto nazionale il suo obiettivo di fondo è matura.
L’invito che Lucio Caracciolo ha rivolto dalla propria rivista Limes agli italiani a «prendere l’Italia sul serio» deve essere tramutato in proposta politica.
E’ tempo di superare quell’elemento della nostra identità che Carlo Emilio Gadda indicava come la «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi». E che questo possa avvenire nei ranghi del centrosinistra non dovrebbe destare alcuna sensazione. Nonostante la sbornia sessantottina, i concetti di dovere, responsabilità e interesse nazionale hanno sempre fatto parte delle culture del movimento operaio e del cattolicesimo democratico. Vanno adesso riscoperti e adattati al momento politico attuale.
Del resto tale esigenza non si sta manifestando solamente in Italia. Nel partito democratico americano è attualmente in corso un dibattito tendente a superare le politiche identitarie e multiculturaliste e per un ritorno a un nazionalismo americano di sinistra. In un recente articolo sul New York Times (pubblicato anche da Le Monde) David Brooks ha raccontato come una gran numero di intellettuali stia sostenendo la necessità che il partito democratico si sbarazzi delle ultime vestigia della new left. Pensatori di sinistra come Michael Tomasky, John Holpin, Ruy Teixeira, dopo aver indagato la società americana, sono giunti alla “incredibile” conclusione che il messaggio a cui gli elettori (anche quelli democratici) reagiscono meglio è quello dei sacrifici di tutti per il bene comune. Dopo anni di individualismo a cui sia la destra e la sinistra si erano sottomessi, gli americani sarebbero oggi pronti a rispondere ad una chiamata che faccia appello al senso civico.
Pertanto, parafrasando J.F.Kennedy: «Cari concittadini italiani, non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il
vostro Paese».
