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«Firmo per il referendum, il voto va cambiato»

lunedì, luglio 23rd, 2007 | Partito Democratico -

intervista del Corriere a Enrico Letta

dal "Corriere della Sera" del 22 luglio 2007, di Aldo Cazzullo
"Il sottosegretario scioglierà la riserva martedì: «Firmo per il referendum, il voto va cambiato»"

ROMA — Enrico Letta ha vissuto un mese intenso. Durante la settimana, la trattativa sulle pensioni. Nei weekend, l’ascolto in giro per il Paese. Oggi firmerà il referendum: «Penso sia lo stimolo giusto perché il Parlamento approvi una legge elettorale sul modello tedesco, quello vero, con una soglia di sbarramento non fittizia». Dopodomani annuncerà la sua decisione sulla candidatura alla guida del partito democratico. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha davanti a sé le ultime 48 ore di riflessione, ma è evidente che ormai non potrà sottrarsi.

«È stato davvero un mese importante, decisivo — racconta dalla sua Pisa, di ritorno da Torino e Genova e in partenza per l’Abruzzo —. Non ho viaggiato solo nel Nord-Est, in Veneto e nel Trentino di Lorenzo Dellai, una delle persone con cui mi trovo più in sintonia; sono stato anche nel Mezzogiorno, a Bari e a Napoli. E poi in Lombardia, Emilia Romagna, Toscana. Devo dire che dappertutto, sia dagli imprenditori, sia dagli amministratori, e anche dai presidenti della Sardegna Soru, delle Marche Spacca e della Basilicata De Filippo, sia dai giovani è arrivata un’indicazione univoca: la richiesta di primarie vere. Dai miei interlocutori è venuta una spinta molto forte a decidere per il sì. Le primarie sono belle quando non c’è un leader designato, ma tante candidature. Certo: sarebbe faticoso. Si tratterebbe di trovare 2500 candidati in tutta Italia; se ho atteso a lungo, è anche perché ci sono grandi difficoltà organizzative da superare».

Ma non è soltanto questo. «L’incertezza, il dubbio, sono una delle categorie umane più importanti e positive. Questo mese mi è servito anche a riflettere sulle attuali difficoltà del centrosinistra e su come dovrà essere il partito che nascerà il 14 ottobre». A chiedergli cosa lo divida da Veltroni, dalla Bindi, da Colombo, Letta risponde in due modi. Evitando la contrapposizione diretta. Ma distinguendosi, con un’idea del partito democratico legata alla propria formazione e anche alla propria generazione.

«Walter, Rosy, Furio hanno fatto benissimo. Sono loro grato. Decidendo di candidarsi hanno deciso di rischiare, e quindi ci hanno dato una lezione perché il rischio è il seme della politica. Sono tre personalità che stimo, pur avendo con loro rapporti e consuetudini diverse. Ma la logica delle primarie impone a chi pensa di aver qualcosa da dire in più, di avere qualcosa di positivo da portare, di farlo con la candidatura». Una lista con il proprio nome in appoggio a un altro può non essere sufficiente: «La via maestra è metterci la propria faccia. Prendiamo le primarie negli Stati Uniti. Se due anni fa i dirigenti del partito democratico americano si fossero riuniti e avessero designato, ad esempio, Hillary Clinton, convincendo gli altri candidati a ritirarsi, le primarie sarebbero state molto meno coinvolgenti di quanto non siano con Obama ed Edwards in campo».

Senza considerare che in Italia esiste una questione specifica, quella generazionale. «C’è una generazione tra i trenta e i quarant’anni che nella politica è poco rappresentata, come denuncia Adinolfi. Certo non mi rivolgo soltanto ai miei coetanei. Ma non mi chiamo fuori: di quella generazione faccio parte; e credo che abbia molto da dare, soprattutto al partito democratico. Perché il Pd è il primo partito postideologico. E noi siamo la prima generazione postideologica. Ci siamo formati negli anni Ottanta; anni bistrattati, che in realtà sono stati straordinari. E non soltanto per la musica, la tv, il cinema, il design. Non è vero che siano stati soltanto gli anni del riflusso; la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedente. Questo ci rende per certi aspetti più liberi». Gli esempi che si potrebbero fare sono molti. «Aver cominciato a seguire la vita pubblica dopo la crisi delle ideologie ci ha avvantaggiati. Non essendoci mai illusi, non abbiamo vissuto la fase della disillusione». Da qui un atteggiamento più equilibrato, anche nei confronti dell’America: «Prima di noi è cresciuta una generazione critica, e anche giustamente: erano gli anni del Vietnam. Qualcosa di simile sta accadendo ora con l’America di Bush che scatena la guerra in Iraq. Per noi l’America era il grande avversario dell’Unione sovietica, un Paese che davvero non esercitava su di noi alcuna attrattiva, così come la Cina postmaoista. Abbiamo amato gli Stati Uniti, fin da subito; e questo ci rende liberi, quando occorre, di criticarli». Letta si guarda dall’impostare il suo progetto sulla contrapposizione generazionale, tanto meno di ergersi a portabandiera di trentenni e quarantenni.

L’obiettivo è prendere il meglio di un’esperienza e di una formazione, e portarlo nel Pd. «Vorrei fare in modo che il nuovo partito sia costruito un po’ come l’enciclopedia Wikipedia, un po’ come un quadro di Van Gogh. Come accade con Wikipedia, anche nel Pd ognuno delle centinaia di migliaia di partecipanti deve portare il proprio contributo, le proprie competenze, che in certi campi sono di sicuro maggiori delle mie e di quelle dei leader del centrosinistra. E, come i quadri di Van Gogh, il nuovo partito deve avere tinte forti: un giallo che sia giallo, un blu che sia blu. Non deve porsi per prima la questione della mediazione, che è importante, ma dovrà seguire; il Pd deve innanzitutto dire la sua». Letta dirà la sua già oggi sul referendum. «Firmo». A ricordargli che in molti nel Pd hanno esitato a sostenere il referendum nel timore di destabilizzare il governo, risponde che «l’unico modo per indurre il Parlamento ad approvare una nuova legge elettorale è creare un vincolo esterno. Come accadde all’inizio del decennio scorso, quando il referendum costrinse le Camere a varare la legge Mattarella, di cui solo ora si comprende il valore. Magari la si potesse ripristinare. Purtroppo la legge Calderoli ha creato un sistema, con il Parlamento nominato dai capi partito anziché eletto dal popolo, che va assolutamente smantellato». E siccome la nuova legge avrà bisogno di un vasto consenso, «l’unico modello che può avere una larga maggioranza e nello stesso tempo combattere la frammentazione e difendere la governabilità è il sistema tedesco. Credo anche sia il modello che meglio si adatta alle esigenze del partito democratico». A chiedergli se la nuova leadership del Pd non indebolirà il governo in carica, Letta ha uno scatto: «L’accordo sulle pensioni dimostra che il governo Prodi c’è, eccome».

Letta ne è molto soddisfatto, anche pensando alla propria generazione: «È stata una prova di riformismo dei fatti, non delle parole. Certo, tutto è perfettibile. Ma abbiamo raggiunto tre obiettivi. Tutelare i giovani e i precari, con il riscatto della laurea, la totalizzazione dei contributi per evitare che un solo euro versato vada sprecato, e i contributi figurativi per garantire i collaboratori a progetto. Aumentare le pensioni più basse. E assicurare la tenuta del sistema previdenziale nel modo imposto dalla demografia, innalzando l’età pensionabile». Letta però non intende intestarsi il merito, pur rivendicando di non «aver mai mollato, non essermi mai alzato dal tavolo e aver sempre invitato gli altri a restarci».

È stato un lavoro di squadra, con i ministri Padoa Schioppa e Damiano. Ma il protagonista è stato il vituperatissimo Romano Prodi. «Parliamoci chiaro: la palla l’ha messa in porta lui. Anche nella notte finale, il ruolo decisivo è stato suo. Spero che la cosa sia chiara, e che se ne rendano conto tutti».

Per una città (e un governo) sostenibile

mercoledì, febbraio 28th, 2007 | Partito Democratico -
"Prc può non essere d´accordo ma non nascondersi dietro un dito"
VEDREMO come andrà a finire la crisi del governo Prodi. Mi auguro che abbia un esito positivo e si possa continuare a governare l´Italia.
Per impedire però che tra sei mesi si ripresenti la stessa situazione è necessario ormai un chiarimento con la sinistra "estrema" e, al suo interno, sulla sua partecipazione al governo del Paese. Non si tratta solo dei due voti mancati ma dei 10, 20, 30 che, ad ogni votazione, dichiarano la loro indisponibilità e che solo all´ultimo momento, dopo numerosi appelli e pressioni, decidono di allinearsi. Questo tormento - bisogna essere chiari - è alimentato anche da dichiarazioni e atteggiamenti di alcuni segretari di partito, singoli o associati, come di Rifondazione o dei Comunisti italiani e qualche volta dei Verdi che pensano che si possa contemporaneamente far parte del governo ed essere anche all´opposizione logorando l´immagine e la capacità politica della coalizione. Si tratta di scegliere una volta per tutte.
Questo ragionamento deve valere anche a livello delle amministrazioni locali e regionali. Non si sente alcun bisogno di alleanze ballerine, di cose non dette, di furbizie con le quali tenersi le mani libere per il futuro.
Il problema è sì vincere le elezioni ma anche essere in grado di governare stabilmente e anche l´esperienza locale ci dice che non possiamo stare tranquilli.
Le primarie del Centrosinistra non hanno stabilito un programma dettagliato dell´Unione, escluso la genericissima base minima che è stata sottoscritta da tutti e tre i partecipanti, e chi ha prevalso non è stato portatore di un programma definito sul futuro della città e sui suoi nodi concreti. L´obiezione quindi del Segretario di Rifondazione comunista è inconsistente. Bene fa Stefano Zara a chiedere un chiarimento, a cominciare dalle questioni già decise con un iter democratico e istituzionale da questa Amministrazione (per esempio l´inceneritore e il Terzo Valico). Questo proprio per evitare che l´ambiguità su questi punti possa dar luogo nel futuro a un gioco di interpretazioni e di disimpegni.
Rifondazione comunista è assolutamente libera di dire che è o non è d´accordo, chiarendo quindi la sua posizione ma non si può nascondere dietro un dito. Anzi la sua reazione fa comprendere che questo chiarimento è proprio necessario.
Naturalmente i problemi non sono solo quelli già decisi ma anche altri che andranno definiti esattamente.
Personalmente ritengo che i temi dello sviluppo economico e del lavoro, ma anche del traffico, della manutenzione dei quartieri, della dimensione sociale della città, della sicurezza dei cittadini, dell´ambiente, dell´inclusione degli immigrati siano particolarmente importanti. In particolare mi augurerei un grande e realistico piano per fare di Genova una città sostenibile dal punto di vista ambientale e un forte progetto di inclusione, di integrazione e di valorizzazione dei numerosi immigrati, per fare di loro cittadini responsabili a tutti gli effetti.
Sarebbe bello infine stabilire in alcune occasioni delle buone prassi di partecipazione democratica, alla fine della quali c´è però un´opinione prevalente, che diventa decisione definitiva, valida per tutti.
I cittadini hanno diritto alla chiarezza e assieme alla responsabilità di chi amministra la cosa pubblica, senza essere costretti a vivere una sorta di "rivoluzione permanente".

Se il partito democratico diventa indispensabile

lunedì, febbraio 26th, 2007 | Partito Democratico -
La crisi di governo che appare oggettivamente lontana delle vicende politiche genovesi poiché è stata determinata da ragioni legate alla politica estera, ha invece qualcosa da insegnare anche a noi che stiamo preparando le elezioni amministrative.
Insegna in particolare che se il governo del Paese come della città, non si fonda su intese certe e coalizioni coese, prima o poi i nodi vengono al pettine. In molti affermano, ed io tra questi, che se ci fosse stato più Ulivo nelle elezioni politiche del 2006 e più Ulivo nel programma del governo non ci troveremmo nell´attuale empasse.
Ci possiamo chiedere cosa sta succedendo a Genova e in Liguria a questo riguardo.

Spesso la città e la regione sono state descritte come laboratori politici che precedono gli eventi nazionali. Non vi è dubbio che in questa direzione è andata la scelta di costituire il gruppo unico dell´Ulivo in Regione, come la scelta, annunciata, di mettere in campo una lista unitaria dell´Ulivo per le prossime elezioni amministrative, come infine quella, realizzata, di far precedere questo evento dalle elezioni primarie. Tra l´altro a Genova, appunto città laboratorio, a seguito di queste scelte, si è consumata la fuoriuscita dai Ds di un gruppo di dissidenti che si sono associati alla sinistra radicale che, per quanto unita, complessivamente non ha ottenuto un risultato positivo alle primarie.
Ma come si va avanti? Sembra quanto mai opportuno che le forze che si riconoscono nell´Ulivo oggi, e domani nel Partito Democratico, confermino le loro scelte tempestive e coraggiose mettendo mano a un programma, dell´Ulivo appunto, che dia sostanza e contenuto a queste scelte.
Nulla di più di un programma può dare identità, dignità e valore a una proposta politica come quella di un partito nuovo. Nulla può rappresentarlo meglio questo partito di un programma davvero riformista, e il cuore di un programma davvero riformista sul territorio non può che essere lo sviluppo cioè la creazione delle condizioni strutturali necessarie per affrontare positivamente la competizione con gli altri territori.
«Obiettivo prioritario è la crescita per ottenere piena e buona occupazione». Così Piero Fassino nella mozione per il quarto congresso nazionale ds. Certo non solo questo è un programma riformista, ma non c´è programma riformista senza questo obiettivo. Occorre naturalmente partire dai bisogni dei cittadini e dai loro diritti ma proprio perché questi trovino concreta soddisfazione, è necessario che un programma dell´Ulivo per Genova si proponga, appunto in via prioritaria, l´obiettivo dello sviluppo. Ciò vuol dire ad esempio assumere la realizzazione in tempi brevi del terzo valico, condizione di vita o di morte del porto e quindi della città. Ciò vuol dire puntare con la massima determinazione sullo sviluppo delle infrastrutture portuali e a quelle di collegamento, sul rafforzamento dell´industria e sulla modernizzazione del turismo e del commercio. Naturalmente non possono essere elusi i problemi della mobilità, della manutenzione e dell´igiene urbana che certo deve passare per il potenziamento della raccolta differenziata ma non può prescindere dalla realizzazione del termovalorizzatore.
Credo che per formulare un programma articolato e dettagliato su questi e altri aspetti, il tavolo dell´Ulivo debba al più presto mettersi la lavoro. Compete poi ai partiti e al candidato sindaco trovare la convergenza con le altre componenti dell´Unione che presenteranno loro liste e quindi loro programmi con accenti diversi.
Ma di convergenza si può parlare soltanto a partire da un punto fermo cioè da progetti e idee concreti e condivisi da tutti coloro che nell´Ulivo si riconoscono. In conclusione, a Genova l´Ulivo può realizzare un duplice obiettivo: costruire un buon programma riformista, un vero e proprio progetto di sviluppo e di crescita della città, e compiere al tempo stesso un altro decisivo passo avanti verso la costituzione del Partito Democratico. Dunque: Ulivo se ci sei batti un colpo.

Ora più che mai il Partito democratico

lunedì, febbraio 26th, 2007 | Partito Democratico -
Oggi più che mai sono favorevole alla proposta di aprire la Costituente per costruire il Partito Democratico, che è al centro del nostro dibattito congressuale. Diverse sono le ragioni storiche, politiche, culturali di questa mia scelta.
Tra le prime vi è la volontà di portare a compimento quel processo che nei primi anni di questo secolo ha cominciato ad unire ciò che nel ‘900 è stato diviso, portando il centrosinistra al Governo del Paese, di sedici Regioni, della grande maggioranza di Comuni e Province. Risultati che non sarebbero stati possibili senza un nucleo fortemente coeso ed espansivo che si facesse carico di aggregare le principali forze del riformismo italiano: da questa consapevolezza è nata l´esperienza di Uniti nell´Ulivo iniziata alle Europee del 2004. Una scelta figlia di un percorso avviatosi dopo la sconfitta del 2001 e maturata nelle vittorie delle amministrative del 2002 e del 2003, ottenute con alleanze ampie e articolate. Ma se con le alleanze si vince, per governare serve qualcosa di più. È quello che ci insegnano queste giornate in cui la crisi del Governo Prodi sconcerta coloro che hanno riposto in noi le loro speranze di riscatto morale e politico. Serve un cuore riformista della coalizione capace di coniugare radicamento sociale e territoriale, ricchezza dei gruppi dirigenti, elaborazione programmatica e forza elettorale. In Uniti nell´Ulivo, che dalla sua prima prova raccoglie stabilmente oltre il 30% del consenso dei consensi, gli elettori del centro sinistra hanno trovato tutto questo.
Ne è stata prova la straordinaria vittoria di Romano Prodi alle elezioni Primarie del 2005 con le quali il nostro popolo ha voluto affermare di sentirsi in forte sintonia con una politica che offriva unità e partecipazione e la prospettiva di un governo stabile, trasparente, efficace. È un mandato che dobbiamo rinnovare: impegnadoci a sostenere ancora Romano Prodi e il suo Governo e accelerando il più possibile la realizzazione del Partito Democratico, che sarà il primo punto di forza della nuova fase politica che tutti auspichiamo. Senza il Partito Democratico governare sarà ancora più difficile.
Per questo la costruzione del Partito Democratico e il suo destino non appartengono solo alle scelte e al consenso degli iscritti e delle iscritte dei Partiti protagonisti della proposta, che saranno comunque decisivi; ma riguardano i tanti che aspirano a realizzare un rinnovamento della politica che sia il tratto dominante della nostra esperienza di governo. Una politica non ripiegata che guarda l´Italia con gli occhi di chi avrà 20 anni nel 2010.
Un Partito nuovo, nel quale nessuno dimentichi o rimuova le proprie radici, ma in cui tutti mettano a disposizione la propria esperienza per costruire una società che coniughi libertà, opportunità e diritti, giustizia ed eguaglianza: un viaggio verso una sinistra del 21° secolo.
Ho incontrato la politica nel ´900. Il 30 aprile 1975 mi sono iscritto alla Fgci e il giorno dopo diffondevo l´Unità che titolava: "Il Vietnam ha vinto". Erano gli anni in cui Enrico Berlinguer, comprendendo il rischio di decadimento morale del Paese e di fronte all´inizio degli effetti della deindustrializzazione e agli attacchi alla società italiana del terrorismo e dello stragismo, poneva al centro della politica della sinistra il valore non negoziabile della democrazia e dell´unità dei democratici e delle forze popolari. Un pensiero che penetrava il futuro e che oggi possiamo portare a compimento.
La caduta del Muro di Berlino ha sancito il definitivo fallimento del comunismo. Ma non ha decretato la fine della sinistra e dei nostri ideali. Abbiamo saputo metterci in discussione e rimetterci in gioco. Il 21° secolo della sinistra inizia l´ultimo decennio del 20°.
La costruzione del Pds prima e dei Ds poi avevano già l´obiettivo di ospitare diverse culture politiche. Oggi dobbiamo fare un passo ulteriore, quello decisivo: perché il futuro è già oggi. Questo è il compito, difficile e ambizioso e per questo affascinante, del nuovo Partito, che dovrà misurarsi sui contenuti che sono già nell´agenda del Governo e che devono diventare obiettivi del Paese.
Infine sono fortemente convinto che la prima garanzia perché il Partito Democratico nasca come vorremmo sia l´unità dei Democratici di Sinistra. Non è questo un retorico richiamo "all´unità", bensì una convinzione profonda: che il Partito Democratico ha bisogno di tutta la ricchezza dei Ds, della sua dialettica interna. Abbiamo reso i Ds un partito plurale che non deve temere nulla dalla confluenza in un nuovo soggetto politico che sarà pluralista e si fonderà sulla partecipazione e sulla democrazia dei meccanismi di scelta delle candidature e dei programmi.
In Liguria abbiamo già realizzato, primi in Italia, alcune decisioni politiche che fanno parte della fase costituente che si apre con questo Congresso, in primis la costituzione del Gruppo unico dell´Ulivo in Regione. Consapevoli che l´alternativa al Partito Democratico è la rinuncia a una ricomposizione della politica italiana in chiave europea e bipolare, un ritorno alle derive centriste e all´isolamento di una sinistra incapace di rinnovarsi e di parlare al Paese. Non facciamo il Partito Democratico solo perché ne abbiamo bisogno noi. Lo facciamo perché ne ha bisogno l´Italia.

I 12 saggi dell’Ulivo rendono pubblica la carta costituente del nuovo partito che dovrebbe vedere la luce entro il 2008

martedì, febbraio 13th, 2007 | Partito Democratico -
Ecco il manifesto del partito democratico
ROMA - E' arrivato il manifesto del Partito democratico. Il documento con la cui sottoscrizione nasceranno i futuri sostenitori della nuova formazione politica. «Sottoscrivendo questo manifesto ci impegnamo a lavorare con piena convinzione, determinazione e lealtà per fare, a tutti gli effetti, entro la fine del 2008, dell'Ulivo il Partito dei democratici, il nostro partito». È il traguardo indicato nel Manifesto per il partito democratico, scritto in tre mesi dai 12 saggi dell'Ulivo. Il manifesto, che contiene i principi ed i valori del partito nuovo, è composto di 15 cartelle, suddivise in tre capitoli: Noi, i democraticì, «L'Italia, una nazione d'Europa, L'Ulivo, il nostro partito». Nel manifesto si afferma che sottoscrivere il manifesto e versare una quota minima «saranno condizione per partecipare, sulla base del principio "una testa, un voto", alla formazione degli organi costituenti, secondo le regole definite in modo consensuale dal coordinamento dell'Ulivo».

PRIMARIE
- Una dei principali punti del manifesto è quello della creazione della leadership che arriverà attraverso lo strumento delle elezioni primarie. «Ci impegnamo a costruire un partito che, sin dalla sua fase fondativa, sia aperto alla partecipazione di una larga platea di cittadini, ed affidi al loro voto, diretto e segreto, la scelta della leadership». È il passaggio del Manifesto per il Partito Democratico nel quale si individua nelle primarie lo strumento per la scelta del leader del Pd. Il manifesto descrive i caratteri del partito che verrà, «un partito di popolo, radicato e diffuso sul territorio, capace di rendere partecipati e condivisi i processi di riforma». Un partito, attento al pluralismo interno e «capace di parlare al paese con una voce autorevole, che proponga il suo leader alla guida del governo della nazione, un partito che affidi al metodo delle primarie la scelta delle candidature alle massime cariche di governo nelle Regioni e negli enti locali».

RIFORMISMO
- «Vogliamo contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale». È quanto si legge nel Manifesto del Partito democratico. «Intendiamo concorrere a costruire nel mondo - prosegue il documento - una nuova alleanza tra tutti quelli che vogliono fare della globalizzazione una opportunità per molti piuttosto che l'occasione per rafforzare il potere e la ricchezza di pochi».

RADICI NEL CRISTIANESIMO E NELL'ILLUMINISMO
- I valori del Partito democratico, e cioè «libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona», hanno le loro radici «nel cristianesimo, nell'illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto» si i legge sempre nel Manifesto del Partito democratico. «Ci riconosciamo - prosegue il documento redatto dai 12 saggi - nei valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona che ispirano la Costituzione repubblicana e nell'impegno a farli vivere in Europa e nel mondo. Questi valori discendono da molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell'illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e dal confronto con le sfide proposte dalle culture ambientaliste, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del Novecento». Questi valori, continua il Manifesto, «sono anche frutto di una lunga sequenza di conflitti, basati su appartenenze religiose o di classe, e di tragici errori. Oggi possiamo considerare alle nostre spalle quei conflitti e quegli errori».

RAPPRESENTANZA MINIMA DI GENERE
- Una norma «antidiscriminatoria» sulla rappresentanza minima del 40% per ciascuno dei due generi, un «rigoroso codice deontologico» per la scelta di candidature ed incarichi e norme statutarie per un limite al rinnovo dei mandati sono alcuni degli altri punti fondanti del manifesto.

Partito democratico, Prodi avverte: ”Tornare indietro è salto nel buio”

martedì, dicembre 12th, 2006 | Partito Democratico -

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Articolo tratto da Repubblica.it clicca qui

Sanremo: incontro del Partito Democratico, i risultati

domenica, ottobre 8th, 2006 | Partito Democratico -
di A. Gu. da SanremoNews (www.sanremonews.it)

Si è svolto presso il teatro Tabarin di Sanremo l’incontro pubblico, organizzato dal gruppo promotore del Partito Democratico di Sanremo con i vertici dell’Associazione per il Partito Democratico Liguria, il presidente Giuseppe Pericu, sindaco di Genova, il segretario, onorevole Stefano Zara ed il tesoriere Luigino Montersolo. L’incontro ha visto la partecipazione di oltre 150 persone tra le quali il sindaco di Sanremo, Claudio Borea, e numerosi altri primi cittadini di località del comprensorio, oltre ad assessori regionali, assessori e consiglieri locali e rappresentanti di partiti e, in numero preponderante, cittadini del ‘popolo delle primarie’ ai quali in particolare era stato rivolto l’invito.

“Di questa vasta partecipazione siamo molto soddisfatti e ringraziamo tutti – dichiara Silvano Toffolutti, uno dei promotori dell’incontro -. Particolarmente apprezzato ed applaudito l’intervento del professor Pericu che, con molta razionalità, ha evidenziato quali forti motivazioni abbiano concorso alla nascita del Partito Democratico dell’Ulivo, oltre a constatare l’oramai indiscutibile crisi di elaborazione politica e di governo dei partiti tradizionali per eccesso di frammentazione, incrostazioni ideologiche inattuali, perdita di molte delle loro iniziali virtù di radicamento sociale e di formazione di nuove classi dirigenti.

Oggi, per contro, vi è bisogno urgente di ristrutturazione del quadro politico che sia in grado di raccogliere un ampio consenso dei cittadini, in grado di esprimere forme di governo autonome ed indipendenti che possano dare risposte concrete ai motivi di disagio che permeano la nostra società. Si vuole dunque far nascere un partito post-ideologico ma con forti ideali e serie regole di funzionamento, riformatore e non rivoluzionario, fortemente partecipato propositivamente dai cittadini anche attraverso una diffusa utilizzazione di elezioni primarie che evitino l’immobilismo di una classe dirigente eterna ed autoreferenziale. Tutto ciò può avvenire attraverso un forte coinvolgimento dei partiti purché gli stessi manifestino sinceramente con azioni non dilatorie, delle decisioni e scelte operative.

L’onorevole Stefano Zara ha rimarcato alcuni punti del programma organizzativo dell’associazione Liguria confermando la puntuale volontà di rappresentare un punto di riferimento e coordinamento di tipo federativo per tutte le associazioni che stanno nascendo in sede locale con ciò andando puntualmente incontro anche alle nostre istanze. Infine, Luigino Montersolo ha opportunamente enfatizzato l’assoluta necessità per il nostro paese di realizzare il progetto comune che in tanti stiamo cercando di costruire, per evitare il declino dell’Italia, per porre le nostre intelligenze e la nostra passione al servizio di un futuro migliore.

Alcuni interventi di presenti hanno confermato le linee guida di una necessaria azione politica in grado di realizzare il progetto anche se con diversi accenti sui tempi necessari ed opportuni per realizzarlo; ma questo dovrà essere il luogo del nostro indispensabile confronto.

Per questa azione è stato anche proposto che la nostra città – conclude Toffolutti - diventi un Laboratorio per il Partito Democratico che, aperto al confronto con tutti coloro che ci credono ed utilizzando anche tutta l’ampia elaborazione e discussione nazionale, realizzi un progetto idoneo per le singole realtà locali che, nell’ambito di una propria autonomia, dovrebbero poi federarsi nelle varie scale territoriali costituendo dal basso le fondamenta della nuova struttura politica. In questo progetto il nostro gruppo promotore che ha già costituito l’Associazione per il Partito Democratico di Sanremo si impegna ad operare”.

Per contatti: info@sanremo.partitodemocratico.biz.

Prodi: ”Non mollo, unirò i riformisti”

mercoledì, agosto 30th, 2006 | Partito Democratico -
"Se il governo avrà successo, sarà un collaudo per il nuovo soggetto". "Non cambio coalizione, ma se siamo seri possiamo attrarre altri". Il premier apre la Festa dell´Unità e rilancia sul partito democratico più robusti
di Marco Marozzi, la Repubblica

«State tranquilli. Sul Partito democratico non mollo. Perché riformare la legge elettorale è importante, ma non basta. C´è bisogno di una struttura politica in cui si formi la gente, in cui ci sia la costruzione del programma. Di un edificio in cui si fa politica». Romano Prodi rilancia «l´impegno di una vita». Lo fa davanti al popolo ds che lo acclama, con Piero Fassino in prima fila. Lo fa all´apertura della Festa nazionale dell´Unità, in quella Pesaro dove la Quercia inaugurò cinque anni fa la sua nuova strada per rispondere alla vittoria di Berlusconi. «Dieci anni fa - dice il presidente del Consiglio - sono entrato in politica con un solo obiettivo: unire le forze riformiste. Non sono cambiato nemmeno di un centimetro. L´obiettivo è lo stesso. Allora si chiamava Ulivo, ora Partito democratico». E il discorso si allarga a un lavoro unico. «Se il governo ha successo. - lancia Prodi - è un grande collaudo. Se no tutto diventa più difficile».

E´ Ezio Mauro a trascinarlo, alla fine di una lunga intervista. Il direttore di Repubblica gli chiede perché non cada il «muro» che impedisce di realizzare «quel che nella coscienza della gente c´è già»? «Perché tutti sono in ritardo?». Il Professore si distende in quello che diventa un appello alla politica che riparte, alla sua coalizione e insieme al suo governo di cui celebra, nonostante tutto, la «coesione». «Partito democratico è mettere insieme quelli che pensano che il Paese debba cambiare, che ci debba essere una distribuzione migliore del reddito, che si debba disincrostrare». L´applauso sotto in tendone è caldissimo. Flavia, la moglie, ride e tira un sospiro. Fassino sale sul palco a far festa comune. Lui, salutando Prodi, aveva lanciato l´orizzonte del Partito democratico. E il presidente del Consiglio, sotto le domande di Mauro, aveva tracciato un filo unico fra quel che succede in politica estera ed economica e un modo diverso di far politica. «E´ come con il Libano. Il successo lì aprirà la strada al discorso sulla Palestina».

Partito democratico come approdo, ma anche partenza. Palazzo Chigi come dimostrazione di una cultura di governo. «Non mettiamo limiti alla Provvidenza» risponde sulla possibilità che esponenti del centrodestra, come Follini, si spostino. «Mai fatto caccia ai transfughi. Però so che se si governa bene si ha molta più capacità di attrazione. Noi potremo attrarre qualcuno solo se mostreremo serietà». Questa è l´unica strada, per Prodi. Non Grandi Coalizioni. «Io ho vinto le elezioni con una coalizione e un programma. Non cambio. Andrei anche contro quel che mi ha detto Bush: hai vinto dicendo che ti ritiravi dall´Iraq, è giusto rispetti gli impegni». «Eravamo più robusti due giorni dopo le elezioni o oggi? Un po´ più oggi» si inorgoglisce il premier alla richiesta se governerà cinque anni. «Ora c´è la prova della finanziaria, dobbiamo avere successo, ma in politica le prove ci sono per essere superate. Noi abbiamo i numeri, c´è uno spirito di coalizione perché sta crescendo il senso di responsabilità». «Dieci anni, dieci anni» gli urla la platea. «Ragazzi, ho voglia anche di vacanze».

«Stabilità» è la parola d´ordine prodiana. «Se non abbiamo governi che durano cinque anni saremo sempre periferici. Se non c´è continuità un Paese è rovinato». Ed ecco l´insistere sulla necessità di cambiare la legge elettorale del centrodestra. «Un nuova sciagura». Ma il centrosinistra sarà unito? «Certo. Per due motivi. Primo: perché la nuova legge ha creato la possibilità che Senato e Camera siano di colore diverso. Ci siamo andati vicini. Secondo: perché ha rotto il rapporto fra elettori e candidato. Gli elettori non possono andare alle urne come al McDonald, con liste già decise». «Paese da cambiare». Con una Rai diversa a raccontarlo. «Nessuno mi può rimproverare di averci messo mai le mani. In agosto, con tutto quello che succedeva, non c´è mai stata un´intervista al presidente del Consiglio. Ma il problema non è di nomine, di potere. E´ prima di tutto di servizio pubblico. Di come si ragiona su quel che è educativo e quel che diseduca. Dei messaggi che si sono mandati, dell´ironia che si è fatta su aspetti della società italiana. Non ho visto messaggi che abbiano migliorato il senso di coesione, trasparenza, solidarietà».

Chi ha paura del Partito Democratico

lunedì, luglio 24th, 2006 | Partito Democratico -
ESATTAMENTE tre anni fa , il 18 luglio del 2003, Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea, lanciava alle forze del centrosinistra la proposta di presentarsi con una lista unitaria alle elezioni europee previste per l´anno successivo. Una proposta coraggiosa e innovativa che venne accettata e che da allora, è stata messa alla prova per quattro volte: alle europee del 2004, alle regionali del 2005, alle politiche dello scorso aprile e poi il 28 maggio nelle principali città andate al voto. Il Partito Democratico non c´era ancora, ma sulla scheda c´era – è uno dei paradossi della nostra vita politica – il suo simbolo. Che ha avuto, dovunque, successo. Alla luce di questi risultati appaiono sempre meno comprensibili le esitazioni, le resistenze, le polemiche che oggi si frappongono alla ipotesi della formazione di un nuovo soggetto politico unitario, che possa essere espressione e sintesi delle forze riformiste, laiche e cattoliche, presenti nel nostro paese.
Ma chi vuole davvero il Partito Democratico? Lo vogliono certamente coloro che finora ripetutamente, ostinatamente lo hanno votato quando hanno trovato quel simbolo unitario sulla scheda, lo vogliono certamente coloro (ed erano milioni) che hanno partecipato con entusiasmo alle primarie dello scorso autunno, lo vogliono certamente i tanti e disordinati comitati che un po´ dovunque vanno sorgendo per sollecitarne la costituzione (aprite Internet, se ne avete voglia e ne troverete a decine), lo vogliono sia pure confusamente tutti coloro, soprattutto giovani, che si sentono esclusi oggi dalla vita politica asfittica dei partiti esistenti e che pensano al nuovo partito come ad uno strumento di possibile partecipazione.
Ma questo non basta, naturalmente. Perché quelli che dovrebbero essere i protagonisti dell´operazione, i gruppi dirigenti dei due maggiori partiti del centrosinistra, sembrano, nonostante le ripetute dichiarazioni di disponibilità, tutt´altro che pronti a stringere il patto che dovrebbe legarli per la vita.
Lo ha riconosciuto senza imbarazzo, sia pure, immagino, con qualche sofferenza, Walter Veltroni quando giovedì sera, parlando alla Festa dell´Unità di Roma, diceva: «Per fare il Partito Democratico si deve avere la voglia di farlo. Non ci si può sposare se uno dei due contraenti non lo vuole».
Ma chi segue questo dibattito mettendo insieme articoli, saggi, discorsi, interventi dichiarazioni nel Transatlantico, può ricavarne la legittima e amara impressione che in realtà nessuno dei due contraenti (o meglio nessuno dei due contraenti principali, Ds e Margherita, perché ad altre forze il costituendo Partito Democratico dovrebbe aprirsi) abbia davvero voglia di stipulare il matrimonio. Accade così che si avanzino, da una parte o dall´altra, sempre nuove richieste o pretese, inevitabilmente viste con sospetto o respinte dall´altra parte. Il matrimonio insomma, per far nostra l´immagine proposta da Walter Veltroni, viene continuamente rinviato come spesso accade anche nella vita normale quando uno dei contraenti, o la sua famiglia, nutrono riserve o sospetti per l´altro contraente e la rispettiva famiglia. Ma i fidanzamenti troppo lunghi (e questo dura ormai da quasi dodici anni) generalmente non portano a un matrimonio ma ad una restituzione degli anelli.
La situazione è paradossale. Guardiamo a quanto sta accadendo negli ultimi giorni. Tra il Botteghino e il Nazareno divampa una dura polemica su quale debba essere la casa comune del Partito Democratico a livello europeo. Il problema esiste da quando nel 2003 Romano Prodi aveva proposta la lista comune (e anche noi lo avevamo all´epoca sottolineato). Ma nessuno allora sembrava averlo presente, e nessuno sembrò preoccuparsene nemmeno quando, dopo le elezioni europee i due gruppi, quello dei Ds e quello della Margherita approdarono a due case diverse. Oggi viene riproposto con energia da Fassino, mentre la Bindi replica che non intende «morire socialista», Rutelli chiede un vertice con Prodi per dirimere la questione e il presidente del Senato ammonisce «se il processo unitario si fermasse a metà del guado, si correrebbe il rischio di annegare».
Ma mentre le dichiarazioni dall´una e dall´altra parte sembrano rendere verosimile o possibile una rottura, nelle stesse giornate al Senato si raggiunge, su uno dei temi più delicati sul tappeto, la ricerca sulle cellule staminali, un accordo di straordinaria importanza firmato insieme da esponenti del mondo laico come Vittoria Franco e Andrea Ranieri dei Ds, una esponente autorevole del mondo cattolico come Paola Binetti, eletta nelle liste della Margherita, e Ignazio Marino interlocutore del cardinal Martini sui temi della bioetica. La mozione esito di questo accordo, che il ministro Mussi illustrerà a Strasburgo, è stata valutata con un «compromesso positivo» anche dalla esponente radicale Emma Bonino, ministro delle politiche comunitarie.
Io leggo qui, nell´accordo su questa mozione, un passo avanti importante sulla strada della formazione del Partito Democratico e del suo programma. Un successo reso possibile dalla formazione, al Senato come alla Camera di gruppi parlamentari che non si richiamano, come avvenuto nel passato, ai rispettivi partiti di appartenenza ma all´Ulivo. Forse è possibile immaginare che siano proprio i gruppi parlamentari dell´Ulivo a disegnare, con pazienza e rispetto delle varie posizioni, il profilo di quel Partito Democratico che ancora non c´è ma di cui la maggioranza del paese sente l´esigenza, e di cui ha massimo bisogno il governo Prodi per superare divisioni e gli assalti dei corposi e aggressivi interessi corporativi.
Sempre che non prevalgano su queste spinte unitarie coloro che nelle varie segreterie dei partiti si affannano a proporre distinguo e mettere paletti, ignorando la spinta unitaria che viene dall´elettorato e rischiando alla fine, per dirla ancora con le parole del presidente del Senato, di rimanere affogati a metà del guado.

Una scelta da Partito democratico

venerdì, luglio 21st, 2006 | Partito Democratico -
Mercoledì in aula c’è stata offerta una grande opportunità: verifi- care sul campo se è possibile sperare che nel Partito democratico possano non tanto coesistere diverse sensibilità, quanto nascere forme di sintesi più alte, con uno spiccato carattere innovativo. Tutta l’Unione ha saputo trovare un punto di convergenza su di un tema delicatissimo come quello della ricerca e del suo rapporto con i grandi problemi etici su cui si interroga l’uomo di oggi. Lo scienziato e il politico, l’uomo più attento ai valori scienti- fici e quello più consapevole delle problematiche di ordine economico-organizzativo. Ma soprattutto l’uomo tout court, quello che giorno per giorno accoglie le sfide che gli pone la sua vita personale, familiare e professionale e cerca di partecipare al dibattito culturale con le sue ansie e le sue speranze, con le sue attese e le sue delusioni. All’uomo comune non sfuggono né le grandi prospettive della scienza né le sue possibili derive e si chiede come si possano conciliare le une e le altre, come possano dialogare da un lato il principio di precauzione e il senso di solidarietà verso i più fragili, – in questo caso gli embrioni criocongelati – e dall’altro i forti principi etici con la libertà della scienza, che continuamente ci interpella e ci sfida. Credo che questo orizzonte descriva bene il paradigma della complessità, in cui ci muoviamo volendo essere contestualmente ancorati alle nostre tradizioni aperti alla innovazione. Il settimo Programma quadro comunitario sulla ricerca e lo sviluppo tecnologico rappresenta uno strumento indispensabile per la realizzazione di molteplici programmi di ricerca scientifica che sono al centro delle attese di tutti i ricercatori italiani. Senza risorse è impossibile oggi realizzare progetti che rispondano alle sfide della nostra società, che fonda una parte significativa, anche se non esclusiva, del suo progresso sugli sviluppi tecnico-scientifici. Non è semplice decidere come sviluppare fronti avanzati di ricerca, in un momento in cui le risorse rese disponibili sono sempre troppo poche per soddisfare i nuovi bisogni di salute della popolazione e gli interessi scientifici dei ricercatori. La mozione che l’Unione ha presentato intende rispondere a questa triplicità di obiettivi: il pieno rispetto della vita umana, fin dal suo concepimento, rifiutando ogni iniziativa sia pure scientifica volta alla distruzione degli embrioni; le possibilità di tradurre in programmi concreti di cura i risultati delle ricerche, attraverso il potenziamento della ricerca sulle cellule staminali adulte e cordonali; la possibilità di spingerci il più avanti possibile negli interrogativi a cui la scienza può e deve rispondere, cominciando dalla espressione impiantabilità. Il problema infatti è capire fino a quando gli embrioni possono essere considerati impiantabili e quindi fino a quando il congelamento risponde a criteri di rispetto per una vita umana, che continuiamo a considerare intangibile e non disponibile. La grande differenza tra i due schieramenti che mercoledì si sono confrontati in aula sul settimo Programma quadro non sta infatti nell’amore per la vita e nel rispetto per la scienza – entrambi amiamo la vita e difendiamo la scienza – ma sta nella valutazione del destino di questi embrioni congelati. La legge 40 mentre proibisce con chiarezza la produzione di nuovi embrioni e definendo la piena dignità dell’embrione lo rende indisponibile alla ricerca, nulla dice su come trattare gli embrioni già congelati. Il rispetto per la loro dignità è ovvio tanto quanto il loro diritto a vivere, sia pure in questo strano mondo congelato. La domanda a cui è impossibile sottrarsi però diventa fino a quando un embrione è impiantabile e quindi può sviluppare pienamente la sua vita umana, appena cominciata nel momento del suo concepimento. La risposta che l’Unione ha dato a questo quesito è stata semplice e chiara e non può in nessun modo essere intesa come una liberalizzazione incontrollata della sperimentazione sugli embrioni criocongelati. Tutt’altro, è piuttosto un invito a non sfuggire ai quesiti difficili sapendo che etica e scienza possono trovare un punto di incontro, non sempre facile e immediato, ma sempre possibile se ci si interroga con retta ragione. Questa è la sfida della laicità, oggi. Non sfuggire alle domande, anche quando non possediamo le risposte; non sfuggire al dialogo, anche quando gli altri sembrano attestarsi su posizioni molto lontane dalle nostre. Sapere andare oltre generiche affermazioni di principio, proprio per difendere con forza i principi in cui crediamo. «Tutte le attività di ricerca – recita l’articolo 6 del settimo Programma – sono realizzate nel rispetto dei principi etici fondamentali ». Ma oggi dobbiamo cercare di definire meglio quali siano i principi etici fondamentali, irrinunciabili nella nostra società pluralistica. Una domanda che chiede risposte da tutti gli interlocutori, ma chiede prima di tutto lo sforzo di una riflessione condivisa. Ciò che può mettere seriamente in pericolo questo dialogo è il silenzio ed è per questo che la voce chiara e forte di chi fa suoi i diritti dei più fragili costituisce sempre il contributo più importante al dialogo, perché dà voce a chi non ne ha, offre i suoi argomenti a chi non ne possiede. La difesa piena dell’embrione è una garanzia per tutti noi a tal punto che quando pensiamo alle ricerche volte a verificare la sua impiantabilità, non pensiamo a ricerche sugli embrioni umani, ma a ricerche che abbiano nel passaggio sulla sperimentazione animale l’indispensabile momento delle verifica dei criteri sia sotto il piano metodologico che sotto quello della analisi dei risultati ottenuti. Ho detto con chiarezza in aula: una ricerca per gli embrioni e non una ricerca sugli embrioni. Io, personalmente, non voglio che neanche un embrione venga toccato, neppure a fini di ricerca, e mi batterò per questo. È facile capire come su questa corretta interpretazione del dispositivo della risoluzione accolta da Mussi si giochino i delicati equilibri che sul piano etico aprono nuove strade alla ricerca, ma non ne precludono alcuna alla intrinseca eticità delle scelte fatte. Mi rendo conto che questo modo di ragionare ci obbliga a segnare il passo davanti a strade che potrebbero sembrare percorribili con più scioltezza e forse con risultati più rapidi. Ma è su questo sforzo di modulare i ritmi, adattando ognuno di noi il proprio passo alle esigenze dell’altro e lasciando che tutti i nostri passi si muovano con piena adesione a quel principio di precauzione, che non metterebbe mai mano ad una vita umana per strumentalizzarla, che si gioca oggi la condivisione della risoluzione approvata in aula e domani la possibilità concreta di avere un partito autenticamente democratico: nel metodo e nei contenuti. Democrazia è rispetto reciproco di valori che si declinano in un quadro condiviso di principi e di decisioni. La lealtà reciproca diventa condizione essenziale per i passi successivi. E questo può e deve diventare lo stile di un Partito democratico coraggioso nelle domande che si pone, rispettoso delle credenze che sono in gioco, fermo nella attuazione delle decisioni prese. Democrazia è libertà, recita la Margherita: libertà di espressione e libertà di condivisione. Ma libertà è anche responsabilità e accanto alla libertà della scienza si colloca la responsabilità della vita. Abbiamo inteso coltivare entrambe, senza equivoci e senza manipolazioni di idee e di principi. Possiamo riuscire a fare dell’Italia e del suo contributo al parlamento europeo una vera e propria opportunità in cui diverse sensibilità si incontrano e non si scontrano, per noi la legge 40 resta un punto di non ritorno, come è stato ripetutamente detto da tutti i leader della maggioranza. Lo è in quanto legge dello stato, anche lei a modo suo non disponibile per interpretazioni che ne sconvolgano il significato e la legge 40, come è noto a tutti è sì la legge sulla procreazione medicalmente assistita, ma è fin dal suo primo articolo legge di difesa dell’embrione e dei suoi diritti. Su questa stessa convinzione il ministro Mussi si è impegnato a chiedere al parlamento europeo solo apparentemente un passo indietro: dall’emendamento Busquin all’emendamento di Angelika Niebler. È in realtà un passo avanti in difesa della vita e della democrazia, perché su questo giovedì lo ha impegnato il nostro parlamento. E lui ne ha onestamente preso atto e questa sarà la sua proposta per l’Europa, poco importa se qualche settimana fa si era espressamente diversamente. Questa è oggi la sua posizione, con un mandato parlamentare coraggioso, che non deve consentire fraintendimenti. E questa è una scelta politica che, proprio per la posta in gioco, prelude più di molte altre alla costruzione del futuro Partito democratico. Ma possiamo davvero dire che questa volta l’Ulivo ha messo la tutela della vita umana al centro del suo progetto, senza se e senza ma, senza distinguo e senza riserve. Questo è stato lo spirito di chi, come me, ha costruito pazientemente la risoluzione, non nasconde i possibili chiaroscuri interpretativi, ma vuole chiarire senza giri di parole la sua interpretazione, che esclude qualsiasi possibilità di distruzione degli embrioni. Anche questa è laicità: dare una interpretazione autentica di un documento e sperare nella possibilità di essere capiti.

Il Partito democratico deve darsi una linea: il bene comune

sabato, luglio 15th, 2006 | Partito Democratico -
Ho imparato che per un’azienda l’individuazione della sua mission non è mai né banale, né scontata. E’ però fondamentale. Imprescindibile per la messa a punto di una strategia e di un’organizzazione vincenti.
Anche i partiti, o le famiglie di partiti, devono normalmente il loro successo alla scelta di un obiettivo giusto, necessario (o percepito tale) in un dato momento storico. Così i partiti liberali hanno colto l’esigenza di un’affermazione dei diritti legati alla persona in quanto tale; i partiti socialisti l’esigenza di organizzare gli oppressi per il loro riscatto sociale; i partiti cattolici il temperamento delle istanze liberali e di quelle socialiste attraverso l’introduzione di principi di solidarietà sociale, e così via.
Ancora recentemente, nel nostro Paese, abbiamo assistito alla nascita e all’affermazione di due partiti, Lega Nord e Forza Italia, grazie alla chiarezza e all’esatta definizione dei loro obiettivi.
Per un partito, dunque, la necessità di una mission chiara e percepita dall’elettorato come necessaria è principio imprescindibile, collaudato dalla storia. Naturalmente se si vuole sfondare. Per tale motivo sono preoccupato per come si è avviato l’iter di costituzione del partito democratico. Poiché se, da un lato, come è stato giustamente riconosciuto, Ds e Margherita hanno la loro funzione appannata, dall’altro lato, la discussione per individuare il ruolo del nuovo partito non è stata neppure messa all’ordine del giorno.
Il rischio è che essendo i partiti interamente assorbiti da discussioni procedurali si arrivi alla costituzione del nuovo partito senza aver individuato con chiarezza la sua missione. E’ mai possibile questo? E’ mai possibile che la fusione di partiti politici eredi di grandi tradizioni ideali dia vita ad un soggetto a cui non venga attribuita nella società attuale una precisa funzione costitutiva? E poi. Non sta forse, proprio nella messa a punto di tale funzione, la sfida dialogica, il banco di prova sul quale selezionare la nuova dirigenza del costituendo partito? Oppure si pensa che quote rosa, pacs e primarie siano sufficienti per definire il ruolo che dovrà avere il nuovo partito? Spero di no.
Personalmente sono convinto che il nuovo partito dovrà avere una missione in grado di rivolgersi direttamente all’insieme degli italiani e non ai grup­pi e sottogruppi nei quali è articolata la società.
La grande idea attorno alla quale raccogliere il consenso degli italiani non è più né i diritti degli individui, né la tutela della diversità, bensì quella del bene comune. Idea che nasce dal sentirsi accomunati dal medesimo destino e che si sviluppa nella proposta di un grande progetto nazionale al quale tutti sono chiamati a partecipare anche al costo di qualche sacrificio dell’interesse personale.
La maggioranza dei cittadini si rende conto che viviamo momenti difficili, in cui la prospettiva del declino si fa sempre più concreta e vicina e che l’inversione di rotta non può essere prodotta da una politica di facili promesse. La nascita di una forza politica che faccia del riscatto nazionale il suo obiettivo di fondo è matura.
L’invito che Lucio Caracciolo ha rivolto dalla propria rivista Limes agli italiani a «prendere l’Italia sul serio» deve essere tramutato in proposta politica.
E’ tempo di superare quell’elemento della nostra identità che Carlo Emilio Gadda indicava come la «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi». E che questo possa avvenire nei ranghi del centrosinistra non dovrebbe destare alcuna sensazione. Nonostante la sbornia sessantottina, i concetti di dovere, responsabilità e interesse nazionale hanno sempre fatto parte delle culture del movimento operaio e del cattolicesimo democratico. Vanno adesso riscoperti e adattati al momento politico attuale.
Del resto tale esigenza non si sta manifestando solamente in Italia. Nel partito democratico americano è attualmente in corso un dibattito tendente a superare le politiche identitarie e multiculturaliste e per un ritorno a un nazionalismo americano di sinistra. In un recente articolo sul New York Times (pubblicato anche da Le Monde) David Brooks ha raccontato come una gran numero di intellettuali stia sostenendo la necessità che il partito democratico si sbarazzi delle ultime vestigia della new left. Pensatori di sinistra come Michael Tomasky, John Holpin, Ruy Teixeira, dopo aver indagato la società americana, sono giunti alla “incredibile” conclusione che il messaggio a cui gli elettori (anche quelli democratici) reagiscono meglio è quello dei sacrifici di tutti per il bene comune. Dopo anni di individualismo a cui sia la destra e la sinistra si erano sottomessi, gli americani sarebbero oggi pronti a rispondere ad una chiamata che faccia appello al senso civico.
Pertanto, parafrasando J.F.Kennedy: «Cari concittadini italiani, non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il
vostro Paese».

Veltroni: non riesco più a sentirmi uomo di partito

mercoledì, maggio 31st, 2006 | Partito Democratico -
ROMA - "Avevo paura di fare come Dorando Petri...". Che si accasciò a pochi passi dalla vittoria nella maratona olimpica di Londra, anno 1908. Ma Walter Veltroni l'ha spuntata alla grande: e la campagna elettorale conclusa al Policlinico Gemelli con un problema serio di calcoli renali la riassume in un'immagine che gli piace, quella del maratoneta che dà tutto se stesso. Il giorno dopo la stravittoria che lo riconferma, con il 61,4% di consensi, primo cittadino della capitale fino al 2011, Veltroni parla volentieri della lezione che il "modello-sindaci" dà alla politica nazionale.

Un'accelerazione verso il partito democratico: "Aspettare fino alle europee del 2009? Ma siamo matti! È una questione di mesi e non di anni, che altro deve succedere? Quando ci presentiamo insieme gli elettori ci apprezzano. Farei fatica a sentirmi di nuovo un uomo di partito". Un'indicazione per la riforma elettorale: "Di tutte le leggi elettorali fatte nel nostro paese, l'unica che ha funzionato è quella dei sindaci".

Ecco, il suggerimento di Veltroni: "Le città, prima, erano i luoghi dell'instabilità e della corruzione, malgovernate, cariche di debiti. Questa legge elettorale ha saputo garantire stabilità, equilibrio dei poteri. Può essere il modello, se correlata a una serie di normative antitrust".

Una sorta di premier-sindaco d'Italia, insomma. "Nella seconda parte della legislatura - perché prima vanno affrontati e risolti i problemi economici e di modernizzazione del paese - bisognerebbe aprire un tavolo con l'opposizione per una riforma elettorale che vada in questa direzione. È un meccanismo che dà stabilità. Non bisogna avere timori: la democrazia ha bisogna di velocità, di essere trasparente e veloce".

A casa sua, appena dimesso dall'ospedale, Veltroni fa un'analisi puntigliosa dei dati con i cronisti: 120 mila voti in più rispetto al 2001 e "personalizzati", ovvero con un effetto di trascinamento del sindaco rispetto alla coalizione, tanto che il centrosinistra "è cresciuto rispetto alle politiche di aprile di 7,5 punti". Racconta del successo "costruito in 1.500 giorni di lavoro invisibile e minuto", dell'autopercezione di Roma "che si sente orgogliosa", della scommessa di "togliere l'odio e essere comunità", della "poca tv" che è stato il suo faro di amministratore. "A parte gli ultimi mesi con qualche apparizione televisiva, credo che la politica debba stare un po' al riparo perché la tv mangia, divora".

Batte e ribatte sul partito democratico, "dove non ci saranno i miei e i tuoi", quelli dei Ds e quelli della Margherita, non può essere "una specie di insegna su due case, allora buonanotte!". E invece è l'ora del "partito del riformismo popolare", lo chiama così. Non una semplice sommatoria di consorterie, di burocrazie partitiche, degli stati maggiori della Quercia e di Dl. Mentre il "nuovo", il partito democratico è "alle porte: ci abbiamo messo dieci anni per capire che questa era la prospettiva dopo la caduta del Muro di Berlino".

Ricorre a una formula quasi letteraria: "Il cittadino moderno ha bisogno di campi larghi". Quindi nessuno si dovrò sentire straniero nel partito del riformismo popolare, a nessuno chiedere "da quale partito vieni". Dovrà avere un "forte profilo programmatico e ideale, essere crocevia delle culture più vive che attraversano questa parte del campo", del centrosinistra.

Sulla leadership del futuro partito - se lo guiderà Prodi, Fassino o Rutelli o appunto Veltroni, o magari Chiamparino - glissa. "Non si arriva da nessuna parte partendo da qui, va rovesciata la piramide", innanzitutto si lavoro sul progetto politico e poi "la leadership verrà". E Veltroni quale ruolo ritaglia per sé? "Dare una mano al cantiere per il partito democratico. É il sogno della mia vita politica vederlo realizzato, ora lo vedo all'orizzonte. Però l'espressione giusta è "dare una mano". Già mi aspettano cinque anni intensissimi da sindaco".

Gli hanno appena telefonato per congratularsi Gabriele Albertini, l'ex sindaco del Polo a Milano, e Gianni Letta il sottosegretario di Berlusconi. Lo chiama il cardinale Camillo Ruini. Il sindaco di Parigi, Delanoe. Lunga la conversazione con Rosa Russo Jervolino: "Eravamo tutti preoccupati per Rosetta, là il centrodestra aveva piazzato una mole di fuoco...".

La Casa delle libertà, osserva, "deve decidere quale strada imboccare, se non gli convenga una scelta diversa rispetto al muro contro muro". Ripete che se si vanno a vedere i risultati ottenuti dal suo sfidante, l'ex ministro di An Gianni Alemanno, leader della destra sociale, è andato peggio proprio nelle circoscrizioni dove ha più esasperato lo scontro. Ha finito per creare "un clima marziano" rispetto a quello che si respirava a Roma. "Serena, equilibrata, saggia: dove lo spirito popolare è una materia che resiste all'usura del tempo; i cittadini più saggi di certa politica", è la dedica del sindaco alla "sua" città.

Oggi la sua prima uscita (disobbedendo ai medici) per scoprire una targa in memoria di Luciano Lama, poi alla festa dell'Ulivo a Campo dè Fiori. Quindi, al lavoro per la squadra di giunta: al 50 per cento di donne, a cominciare dalla vice sindaco.

E ora una costituente senza quote già spartite

lunedì, maggio 29th, 2006 | Partito Democratico -

L´INTERVISTA: Filippo Andreatta propone un´assemblea eletta dai sostenitori

BOLOGNA - Massimo D´Alema propone la primavera del 2007 per la nascita del Partito democratico. E Romano Prodi come leader. I "carbonari" esultano. Ma senza abbassare la guardia. «Con la formazione del governo, il numero dei ministri, lo spacchettamento delle deleghe - dice Filippo Andreatta, uno di quelli che da anni si batte per un nuovo soggetto politico - si è capito che otto partiti e le loro correnti non sono una formula adeguata per le sfide che il paese ha davanti. Il Partito Democratico è quindi una prospettiva di semplificazione per l´intero sistema politico. Lo chiede il popolo di centrosinistra e l´ha capito perfino la casta degli appartchik di partito, che anche solo un anno fa si schierava contro non solo il Partito Democratico, ma persino la lista unitaria».
Andreatta, docente di relazioni internazionali a Bologna, collaboratore del Mulino e della Rivista italiana di scienza politica, è uno dei cani sciolti del sito "governareper". Da lì è nato il Movimento per il Partito Democratico. Con Andreatta ci sono Gregorio Gitti, Franco Mosconi, Salvatore Vassallo, Massimo Bergami. La rete ha gente come Amato, Salvati, Lerner. I "carbonari" si sono riuniti sabato scorso sui colli bolognesi per decidere il futuro: proprio mentre alla Faz D´Alema indicava nel 2007 la data di nascita del Partito Democratico.
Andreatta, che cosa avete in mente?
«Un´assemblea costituente di delegati eletti direttamente da sostenitori disposti a sottoscrivere una Carta dei Valori e a pagare una quota d´iscrizione e che votino col criterio "una testa un voto". Non mi piacciono le spartizioni di quote di rappresentanza tra i gruppi del passato».
Però sono stati fatti passi importanti. In Parlamento ci sono i gruppi unici Ds-Margherita.
«Innegabile, ma non è sufficiente. Costruire un nuovo partito è come andare in bicicletta, se ci si ferma si cade. Se non si fanno passi decisivi, come quello dell´Assemblea, tornano inesorabilmente alla luce le vecchie identità. Avrei fatto volentieri a meno dei gruppi unici se Prodi avesse potuto nominare liberamente i ministri migliori, senza quote, veti incrociati e suddivisioni correntizie».
Quali sono i tempi per l´assemblea costituente che proponete?
«Il nuovo soggetto dovrà presentarsi alle europee e se la costituente dovrà avere un tempo congruo per lavorare, si dovrebbero indire le elezioni per i delegati entro la fine del 2007».
Cosa dovrebbe discutere così a lungo l´Assemblea?
«Si dovrebbe finalmente parlare di contenuti, e non solo di contenitori. Ora ci si limita a parlare genericamente di riformismo, ma su molte questioni non è chiaro cosa significhi. Due esempi: la relazione tra etica individuale ed etica collettiva su temi come la vita e la scienza ed il confine tra Stato e mercato. Non basta più il semplice compromesso tra solidarismo cattolico e socialismo».
Ma i partiti acconsentiranno a questa "diminutio"?
«Ma se sono proprio i partiti ad aver scelto la strada del Partito Democratico! E evidente che ad un certo punto il nuovo soggetto comincerà a svolgere le funzioni che oggi sono dei partiti che vi confluiranno. In ogni caso l´Assemblea sarà un momento di grande democrazia e partecipazione e i partiti di oggi, com´è giusto, saranno ampiamente rappresentati».

Senza anima prevalgono le oligarchie

mercoledì, maggio 17th, 2006 | Partito Democratico -
L'esemplare articolo di Michele Salvati di ieri, che condivido sillaba per sillaba, ha messo in luce alcune preoccupazioni sul nascituro Partito democratico, e in particolare il pericolo che diventi una scatola vuota e senz'anima, una mera etichetta per la somma algebrica di due nomenclature. La questione fondamentale, sinora non affrontata, riguarda la forma-partito.

I partiti attuali sono infatti eredi del modello di partito di massa nato con le lotte ideologiche del XX secolo.
Così diventa preda delle oligarchie
Un partito organizzato come una chiesa, o un esercito, di iscritti che in congresso sceglievano i sacerdoti-generali che li rappresentassero. Questo modello ha potuto contare per quasi tutta la prima fase della Repubblica su un'ampia legittimazione, dovuta alla partecipazione di milioni di iscritti e a un ruolo fondamentale nel consolidamento della democrazia in Italia, ed ha avuto la sua massima espressione nella Dc e nel Pci. Ed è in base a questo glorioso passato che i partiti attuali, e in particolar modo i Ds, rivendicano oggi, con giusto e legittimo orgoglio, un ruolo fondamentale nell'affermazione della democrazia del nostro Paese.
Eppure questo modello è da tempo in crisi. Cala il livello di partecipazione, le correnti non sono più strumenti di un dibattito plurale ma assomigliano a quote di un consiglio di amministrazione, i congressi sembrano sempre più accordi tra pochi capicorrente e sempre meno libere elezioni tra la base. E il numero degli iscritti scende dai milioni che erano a centinaia, se non decine, di migliaia.
Da qui nasce la preoccupazione di Salvati: partiti arroccati su un modello in crisi non possono che prefigurare un partito blindato, nel quale ogni carica, ogni poltrona, ogni strapuntino è spartito secondo un qualche parametro tra le oligarchie delle due componenti. È fondamentale sottolineare che questa tendenza non deriva affatto dalle personalità dei leader degli attuali partiti, che anzi stanno dimostrando una lungimiranza davvero encomiabile. La tendenza è piuttosto il frutto di una logica sistemica e costringe anche gli attori più illuminati a un gioco perverso in cui la «garanzia» della propria componente è un prerequisito per poter procedere verso il progetto unitario.
Ma un partito del XXI secolo non può nascere secondo queste premesse. Il Partito democratico o sarà un partito aperto o non sarà. E il principale strumento tramite il quale il Partito democratico potrà essere aperto è quello delle primarie, che hanno già dimostrato la voglia di partecipazione e la maturità del demos di centrosinistra. Bisogna quindi superare il modello novecentesco abbattendo le barriere tra gli elettori e i tesserati, casta che si giustificava solo con la teologia ideologica dei partiti di massa, e coinvolgendo i primi nelle decisioni sulla selezione dei candidati alle cariche di governo a tutti i livelli, dai sindaci dei paesi più piccoli fino al presidente del Consiglio. E anche il processo costituente del nuovo soggetto non potrà che essere aperto direttamente a tutti i sostenitori, al fine di coinvolgere, oltre all'attuale ceto politico, le energie all'interno dei partiti che sono sinora rimaste imbrigliate dalle necessità della diplomazia bilaterale tra le leadership e quelle energie che non si riconoscono nei partiti attuali perché si riconoscono già nel Partito democratico. Se il nuovo partito non potrà infatti fare a meno di una corrente-Ds e di una corrente- Margherita, altrettanto non potrà fare a meno della corrente democratica del partito democratico, che ha già dato prova in varie occasioni di essere vitale.
Se i timori identitari dei Ds e le paure di egemonia della Margherita imporranno invece un accordo blindato, nel quale vengono rinominate le scatole, le sedi e i gruppi senza affrontare i nodi dei contenuti programmatici e della selezione dei dirigenti e dei candidati, allora vorrà dire che quello del Partito democratico è stato solo un disperato tentativo di conservare con un marchio nuovo un modo di fare politica obsoleto. A quel punto però il pericolo non sarebbe solo per uno o più specifici partiti, ma quello della forma partito in generale, così fondamentale per il processo democratico. La delusione, infatti, dopo tante promesse e speranze, allontanerebbe molti cittadini dalla politica tout court, e questo sarebbe davvero un peccato.

Un Partito che parte male

martedì, maggio 16th, 2006 | Partito Democratico -
La segreteria dei Ds ha incaricato Piero Fassino di occuparsi del processo che dovrà condurre alla nascita del Partito democratico. Per chi crede che questo nuovo soggetto politico sia un passaggio essenziale per arrivare a un bipolarismo civile nel nostro Paese - l' altro passaggio, ovviamente, è la costruzione di analogo partito di centrodestra - poter contare sull' energia e le capacità del segretario dei Ds è una buona notizia. Ma il Partito democratico non parte bene e siamo ancora ben lontani da una definizione del percorso che potrebbe condurre a questo nuovo soggetto. Affinché possa corrispondere alle aspettative che ha suscitato, il nuovo partito dovrebbe infatti nascere attraverso un vero processo democratico, che non sia la semplice fusione di due (o più) partiti vecchi attuata con un bilancino Cencelli nel riparto dei posti di comando e con un analogo bilancino ideologico nel definire la carta dei valori e il programma del partito nuovo. L' impressione che i due principali partiti del centrosinistra hanno dato sinora è quella di grande cautela ed esitazione, come si fossero trovati coinvolti in un processo unitario che ha preso loro la mano. Quel processo era nato in tempi lontani per una decisione di convenienza elettorale (l' Ulivo, nel 1996) e si è rafforzato in tempi più recenti per la pressione di Prodi (Lista unica alle elezioni europee e, in parte, alle regionali e alle politiche). Esso ha dato luogo a decisioni importanti, in particolare quella di costituire gruppi unici in entrambi i rami del Parlamento. Se il processo si interrompesse, le direzioni dei due partiti sanno benissimo che l' interruzione sarebbe vissuta come un grave insuccesso tra i sostenitori del centrosinistra. Ma le cautele e le esitazioni perdurano. È sempre presente - lo è stata nella decisione di presentare liste distinte al Senato - l' esigenza di «misurarsi» per arrivare alla fusione nelle condizioni più favorevoli. E il «patriottismo» dei vecchi partiti viene continuamente alimentato: in una logica di rappresentanza, la richiesta dei Ds di avere una delle tre grandi cariche istituzionali dello Stato era giustificata, ma il riferimento a motivi di esclusione dovuti a un passato assai lontano lo era assai di meno. E lo scatenamento d' orgoglio sollecitato da questa presunta discriminazione è stato eccessivo, una vera festa dell' identità. Col bilancino in mano, in una situazione di sospetti reciproci, con patriottismi molto forti, e soprattutto senza coinvolgere una partecipazione simile a quella che si è avuta nelle primarie dell' ottobre scorso, il Partito democratico non nasce; o, se nasce, nasce debole, col rischio di ricevere meno consensi della somma dei partiti che si fondono. È comprensibile che i partiti politici maggiori vogliano veder riconosciute nel congresso di fondazione del nuovo partito le loro reali condizioni di forza, vogliano misurare la reale rappresentatività di altri soggetti collettivi che si aggregano al progetto, vogliano veder rappresentate nel programma le tesi che essi sostengono. Tuttavia, se è vero che il Partito democratico deve nascere presto, a quest' ora dovrebbero essere attivamente discusse le non semplici fasi che un percorso costituente deve attraversare. E dovrebbe essere chiaro come bilanciare la doppia esigenza che quel percorso deve soddisfare: di entusiasmo collettivo e di forte innovazione programmatica, da un lato, e di riconoscimento delle condizioni di forza e delle identità ideologiche dei soggetti esistenti, dall' altro. Un percorso democratico efficace è come una reazione nucleare controllata. Ma non tanto controllata da spegnerla.