ESATTAMENTE tre anni fa , il 18 luglio del 2003, Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea, lanciava alle forze del centrosinistra la proposta di presentarsi con una lista unitaria alle elezioni europee previste per l´anno successivo. Una proposta coraggiosa e innovativa che venne accettata e che da allora, è stata messa alla prova per quattro volte: alle europee del 2004, alle regionali del 2005, alle politiche dello scorso aprile e poi il 28 maggio nelle principali città andate al voto. Il Partito Democratico non c´era ancora, ma sulla scheda c´era – è uno dei paradossi della nostra vita politica – il suo simbolo. Che ha avuto, dovunque, successo. Alla luce di questi risultati appaiono sempre meno comprensibili le esitazioni, le resistenze, le polemiche che oggi si frappongono alla ipotesi della formazione di un nuovo soggetto politico unitario, che possa essere espressione e sintesi delle forze riformiste, laiche e cattoliche, presenti nel nostro paese.
Ma chi vuole davvero il Partito Democratico? Lo vogliono certamente coloro che finora ripetutamente, ostinatamente lo hanno votato quando hanno trovato quel simbolo unitario sulla scheda, lo vogliono certamente coloro (ed erano milioni) che hanno partecipato con entusiasmo alle primarie dello scorso autunno, lo vogliono certamente i tanti e disordinati comitati che un po´ dovunque vanno sorgendo per sollecitarne la costituzione (aprite Internet, se ne avete voglia e ne troverete a decine), lo vogliono sia pure confusamente tutti coloro, soprattutto giovani, che si sentono esclusi oggi dalla vita politica asfittica dei partiti esistenti e che pensano al nuovo partito come ad uno strumento di possibile partecipazione.
Ma questo non basta, naturalmente. Perché quelli che dovrebbero essere i protagonisti dell´operazione, i gruppi dirigenti dei due maggiori partiti del centrosinistra, sembrano, nonostante le ripetute dichiarazioni di disponibilità, tutt´altro che pronti a stringere il patto che dovrebbe legarli per la vita.
Lo ha riconosciuto senza imbarazzo, sia pure, immagino, con qualche sofferenza, Walter Veltroni quando giovedì sera, parlando alla Festa dell´Unità di Roma, diceva: «Per fare il Partito Democratico si deve avere la voglia di farlo. Non ci si può sposare se uno dei due contraenti non lo vuole».
Ma chi segue questo dibattito mettendo insieme articoli, saggi, discorsi, interventi dichiarazioni nel Transatlantico, può ricavarne la legittima e amara impressione che in realtà nessuno dei due contraenti (o meglio nessuno dei due contraenti principali, Ds e Margherita, perché ad altre forze il costituendo Partito Democratico dovrebbe aprirsi) abbia davvero voglia di stipulare il matrimonio. Accade così che si avanzino, da una parte o dall´altra, sempre nuove richieste o pretese, inevitabilmente viste con sospetto o respinte dall´altra parte. Il matrimonio insomma, per far nostra l´immagine proposta da Walter Veltroni, viene continuamente rinviato come spesso accade anche nella vita normale quando uno dei contraenti, o la sua famiglia, nutrono riserve o sospetti per l´altro contraente e la rispettiva famiglia. Ma i fidanzamenti troppo lunghi (e questo dura ormai da quasi dodici anni) generalmente non portano a un matrimonio ma ad una restituzione degli anelli.
La situazione è paradossale. Guardiamo a quanto sta accadendo negli ultimi giorni. Tra il Botteghino e il Nazareno divampa una dura polemica su quale debba essere la casa comune del Partito Democratico a livello europeo. Il problema esiste da quando nel 2003 Romano Prodi aveva proposta la lista comune (e anche noi lo avevamo all´epoca sottolineato). Ma nessuno allora sembrava averlo presente, e nessuno sembrò preoccuparsene nemmeno quando, dopo le elezioni europee i due gruppi, quello dei Ds e quello della Margherita approdarono a due case diverse. Oggi viene riproposto con energia da Fassino, mentre la Bindi replica che non intende «morire socialista», Rutelli chiede un vertice con Prodi per dirimere la questione e il presidente del Senato ammonisce «se il processo unitario si fermasse a metà del guado, si correrebbe il rischio di annegare».
Ma mentre le dichiarazioni dall´una e dall´altra parte sembrano rendere verosimile o possibile una rottura, nelle stesse giornate al Senato si raggiunge, su uno dei temi più delicati sul tappeto, la ricerca sulle cellule staminali, un accordo di straordinaria importanza firmato insieme da esponenti del mondo laico come Vittoria Franco e Andrea Ranieri dei Ds, una esponente autorevole del mondo cattolico come Paola Binetti, eletta nelle liste della Margherita, e Ignazio Marino interlocutore del cardinal Martini sui temi della bioetica. La mozione esito di questo accordo, che il ministro Mussi illustrerà a Strasburgo, è stata valutata con un «compromesso positivo» anche dalla esponente radicale Emma Bonino, ministro delle politiche comunitarie.
Io leggo qui, nell´accordo su questa mozione, un passo avanti importante sulla strada della formazione del Partito Democratico e del suo programma. Un successo reso possibile dalla formazione, al Senato come alla Camera di gruppi parlamentari che non si richiamano, come avvenuto nel passato, ai rispettivi partiti di appartenenza ma all´Ulivo. Forse è possibile immaginare che siano proprio i gruppi parlamentari dell´Ulivo a disegnare, con pazienza e rispetto delle varie posizioni, il profilo di quel Partito Democratico che ancora non c´è ma di cui la maggioranza del paese sente l´esigenza, e di cui ha massimo bisogno il governo Prodi per superare divisioni e gli assalti dei corposi e aggressivi interessi corporativi.
Sempre che non prevalgano su queste spinte unitarie coloro che nelle varie segreterie dei partiti si affannano a proporre distinguo e mettere paletti, ignorando la spinta unitaria che viene dall´elettorato e rischiando alla fine, per dirla ancora con le parole del presidente del Senato, di rimanere affogati a metà del guado.
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