Mercoledì in aula c’è stata offerta una grande opportunità: verifi- care sul campo se è possibile sperare che nel Partito democratico possano non tanto coesistere diverse sensibilità, quanto nascere forme di sintesi più alte, con uno spiccato carattere innovativo. Tutta l’Unione ha saputo trovare un punto di convergenza su di un tema delicatissimo come quello della ricerca e del suo rapporto con i grandi problemi etici su cui si interroga l’uomo di oggi. Lo scienziato e il politico, l’uomo più attento ai valori scienti- fici e quello più consapevole delle problematiche di ordine economico-organizzativo. Ma soprattutto l’uomo tout court, quello che giorno per giorno accoglie le sfide che gli pone la sua vita personale, familiare e professionale e cerca di partecipare al dibattito culturale con le sue ansie e le sue speranze, con le sue attese e le sue delusioni. All’uomo comune non sfuggono né le grandi prospettive della scienza né le sue possibili derive e si chiede come si possano conciliare le une e le altre, come possano dialogare da un lato il principio di precauzione e il senso di solidarietà verso i più fragili, – in questo caso gli embrioni criocongelati – e dall’altro i forti principi etici con la libertà della scienza, che continuamente ci interpella e ci sfida. Credo che questo orizzonte descriva bene il paradigma della complessità, in cui ci muoviamo volendo essere contestualmente ancorati alle nostre tradizioni aperti alla innovazione. Il settimo Programma quadro comunitario sulla ricerca e lo sviluppo tecnologico rappresenta uno strumento indispensabile per la realizzazione di molteplici programmi di ricerca scientifica che sono al centro delle attese di tutti i ricercatori italiani. Senza risorse è impossibile oggi realizzare progetti che rispondano alle sfide della nostra società, che fonda una parte significativa, anche se non esclusiva, del suo progresso sugli sviluppi tecnico-scientifici. Non è semplice decidere come sviluppare fronti avanzati di ricerca, in un momento in cui le risorse rese disponibili sono sempre troppo poche per soddisfare i nuovi bisogni di salute della popolazione e gli interessi scientifici dei ricercatori. La mozione che l’Unione ha presentato intende rispondere a questa triplicità di obiettivi: il pieno rispetto della vita umana, fin dal suo concepimento, rifiutando ogni iniziativa sia pure scientifica volta alla distruzione degli embrioni; le possibilità di tradurre in programmi concreti di cura i risultati delle ricerche, attraverso il potenziamento della ricerca sulle cellule staminali adulte e cordonali; la possibilità di spingerci il più avanti possibile negli interrogativi a cui la scienza può e deve rispondere, cominciando dalla espressione impiantabilità. Il problema infatti è capire fino a quando gli embrioni possono essere considerati impiantabili e quindi fino a quando il congelamento risponde a criteri di rispetto per una vita umana, che continuiamo a considerare intangibile e non disponibile. La grande differenza tra i due schieramenti che mercoledì si sono confrontati in aula sul settimo Programma quadro non sta infatti nell’amore per la vita e nel rispetto per la scienza – entrambi amiamo la vita e difendiamo la scienza – ma sta nella valutazione del destino di questi embrioni congelati. La legge 40 mentre proibisce con chiarezza la produzione di nuovi embrioni e definendo la piena dignità dell’embrione lo rende indisponibile alla ricerca, nulla dice su come trattare gli embrioni già congelati. Il rispetto per la loro dignità è ovvio tanto quanto il loro diritto a vivere, sia pure in questo strano mondo congelato. La domanda a cui è impossibile sottrarsi però diventa fino a quando un embrione è impiantabile e quindi può sviluppare pienamente la sua vita umana, appena cominciata nel momento del suo concepimento. La risposta che l’Unione ha dato a questo quesito è stata semplice e chiara e non può in nessun modo essere intesa come una liberalizzazione incontrollata della sperimentazione sugli embrioni criocongelati. Tutt’altro, è piuttosto un invito a non sfuggire ai quesiti difficili sapendo che etica e scienza possono trovare un punto di incontro, non sempre facile e immediato, ma sempre possibile se ci si interroga con retta ragione. Questa è la sfida della laicità, oggi. Non sfuggire alle domande, anche quando non possediamo le risposte; non sfuggire al dialogo, anche quando gli altri sembrano attestarsi su posizioni molto lontane dalle nostre. Sapere andare oltre generiche affermazioni di principio, proprio per difendere con forza i principi in cui crediamo. «Tutte le attività di ricerca – recita l’articolo 6 del settimo Programma – sono realizzate nel rispetto dei principi etici fondamentali ». Ma oggi dobbiamo cercare di definire meglio quali siano i principi etici fondamentali, irrinunciabili nella nostra società pluralistica. Una domanda che chiede risposte da tutti gli interlocutori, ma chiede prima di tutto lo sforzo di una riflessione condivisa. Ciò che può mettere seriamente in pericolo questo dialogo è il silenzio ed è per questo che la voce chiara e forte di chi fa suoi i diritti dei più fragili costituisce sempre il contributo più importante al dialogo, perché dà voce a chi non ne ha, offre i suoi argomenti a chi non ne possiede. La difesa piena dell’embrione è una garanzia per tutti noi a tal punto che quando pensiamo alle ricerche volte a verificare la sua impiantabilità, non pensiamo a ricerche sugli embrioni umani, ma a ricerche che abbiano nel passaggio sulla sperimentazione animale l’indispensabile momento delle verifica dei criteri sia sotto il piano metodologico che sotto quello della analisi dei risultati ottenuti. Ho detto con chiarezza in aula: una ricerca per gli embrioni e non una ricerca sugli embrioni. Io, personalmente, non voglio che neanche un embrione venga toccato, neppure a fini di ricerca, e mi batterò per questo. È facile capire come su questa corretta interpretazione del dispositivo della risoluzione accolta da Mussi si giochino i delicati equilibri che sul piano etico aprono nuove strade alla ricerca, ma non ne precludono alcuna alla intrinseca eticità delle scelte fatte. Mi rendo conto che questo modo di ragionare ci obbliga a segnare il passo davanti a strade che potrebbero sembrare percorribili con più scioltezza e forse con risultati più rapidi. Ma è su questo sforzo di modulare i ritmi, adattando ognuno di noi il proprio passo alle esigenze dell’altro e lasciando che tutti i nostri passi si muovano con piena adesione a quel principio di precauzione, che non metterebbe mai mano ad una vita umana per strumentalizzarla, che si gioca oggi la condivisione della risoluzione approvata in aula e domani la possibilità concreta di avere un partito autenticamente democratico: nel metodo e nei contenuti. Democrazia è rispetto reciproco di valori che si declinano in un quadro condiviso di principi e di decisioni. La lealtà reciproca diventa condizione essenziale per i passi successivi. E questo può e deve diventare lo stile di un Partito democratico coraggioso nelle domande che si pone, rispettoso delle credenze che sono in gioco, fermo nella attuazione delle decisioni prese. Democrazia è libertà, recita la Margherita: libertà di espressione e libertà di condivisione. Ma libertà è anche responsabilità e accanto alla libertà della scienza si colloca la responsabilità della vita. Abbiamo inteso coltivare entrambe, senza equivoci e senza manipolazioni di idee e di principi. Possiamo riuscire a fare dell’Italia e del suo contributo al parlamento europeo una vera e propria opportunità in cui diverse sensibilità si incontrano e non si scontrano, per noi la legge 40 resta un punto di non ritorno, come è stato ripetutamente detto da tutti i leader della maggioranza. Lo è in quanto legge dello stato, anche lei a modo suo non disponibile per interpretazioni che ne sconvolgano il significato e la legge 40, come è noto a tutti è sì la legge sulla procreazione medicalmente assistita, ma è fin dal suo primo articolo legge di difesa dell’embrione e dei suoi diritti. Su questa stessa convinzione il ministro Mussi si è impegnato a chiedere al parlamento europeo solo apparentemente un passo indietro: dall’emendamento Busquin all’emendamento di Angelika Niebler. È in realtà un passo avanti in difesa della vita e della democrazia, perché su questo giovedì lo ha impegnato il nostro parlamento. E lui ne ha onestamente preso atto e questa sarà la sua proposta per l’Europa, poco importa se qualche settimana fa si era espressamente diversamente. Questa è oggi la sua posizione, con un mandato parlamentare coraggioso, che non deve consentire fraintendimenti. E questa è una scelta politica che, proprio per la posta in gioco, prelude più di molte altre alla costruzione del futuro Partito democratico. Ma possiamo davvero dire che questa volta l’Ulivo ha messo la tutela della vita umana al centro del suo progetto, senza se e senza ma, senza distinguo e senza riserve. Questo è stato lo spirito di chi, come me, ha costruito pazientemente la risoluzione, non nasconde i possibili chiaroscuri interpretativi, ma vuole chiarire senza giri di parole la sua interpretazione, che esclude qualsiasi possibilità di distruzione degli embrioni. Anche questa è laicità: dare una interpretazione autentica di un documento e sperare nella possibilità di essere capiti.
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